E’ così rara a Bissau la musica dei reattori di un
aereo al tramonto. Non voglio perdermi la scena.
Esco dalla porta, mi appoggio al cancelletto
dell’entrata di casa e alzo il naso al cielo, aspettando di godermi il passaggio
del gabbiano di ferro.
Lascio che la brezza del mare mi rinfreschi e
prenda il posto del calore e di quell’umidità soffocante.
Un cenno di saluto ad un paio di ragazzini di
ritorno dal campo di calcio; gli stessi che qualche ora prima, mentre ero io a
rientrare mi avevano tempestato di domande – Da dove viene quella moto? Da dove
viene il casco? Da dove vengono gli occhiali? E le scarpe? E lo zaino? – alle
quali io avevo pazientemente risposto, qualche volta inventando e qualche volta
no, e pensando tra me e me che nessuna delle mie risposte era stata Africa,
figuriamoci poi Guinea - Bissau.
Ma in quel momento io mi accontentavo di pensare
che qui, nonostante tutto, fosse una fabbrica
di umanità.
Che se ne accontentassero i due ragazzini però è
un’altra storia, e nessuno meglio di loro la potrebbe raccontare.
Sono passate da poco le 19.
Il profumo del mare portato dal vento e la luce di
quest’ora mi proiettano ad un tardo pomeriggio di qualche settimana prima.
Seduto su un blocco di cemento e rivolto con lo
sguardo al mare, verso l’estendersi apparentemente infinito dell’Oceano Atlantico.
Dietro di me e sopra ad un blocco decisamente più
alto campeggia dipinta la scritta ‘Le
Phare des Mamelles’, e più dietro ancora in tutta la sua grandezza,
confusione, bellezza e complessità si estende Dakar.
Dakar, che come Alaska non riesco a stancarmi di
pronunciare.
C’è una coppia intenta a scambiarsi tenerezze ed
un'altra alle prese con un pargoletto che corre senza sosta. Sulla strada in
salita che porta al faro si stanno allenando dei ragazzi.
Guardo l’oceano e poi mi volto a guardare il faro.
In piedi, circondato dalla terra e da tutto quel mare,
dritto, solo, slanciato verso il cielo, e con il suo occhio a scrutare
l’orizzonte a trecento sessanta gradi.
Contemplando
quello spettacolo da dentro il cappuccio della felpa che mi protegge dal vento
vengo distratto dall’accorrere verso il mare di decine persone. Lungo tutte le
coste di Dakar.
Pare che
vogliano assistere a qualcosa di evidentemente inatteso.
Una decina
di strane forme solcano le acque atlantiche a qualche miglio dalla costa.
Mi concentro
meglio sull’orizzonte e posso adesso scorgere nitidamente una decina di grossi
velieri a vele spiegate, affamati, dai cui boccaporti ho la sensazione fuoriescano
presunzione e distruzione, e la cui forma, con il sole in immersione
nell’Atlantico, è puro fascino e tetro presagio.
Mi giro di
scatto verso Dakar e non ci sono più le bianche casette basse, le moschee, le
chiese, l’aeroporto, le strade
asfaltate, i taxi gialli e neri.
Non c’è più
quella coppia di amanti e neppure il bambino che scorrazzava da una parte
all’altra. I ragazzi che correvano sono spariti.
Intorno al
promontorio dove ora sto in piedi da solo di fronte al mare non si estendono che
grandi spazi incontaminati.
Dozzine di
colonne di fumo provenienti dai fuochi accesi negli accampamenti sparsi sul
territorio si levano verso l’alto.
Distinguo
chiaramente l’Isola di Goré a sud e quella di Ngor a ovest.
Gli uomini e
le donne accorse lungo le coste si stanno adesso raggruppando.
Si parlano
in maniera concitata, si guardano meravigliati l’un l’altro, emettono suoni
striduli a me incomprensibili, alcuni hanno gli occhi sgranati persi nel vuoto,
altri guardano il cielo, altri guardano in terra; aumentano a vista d’occhio. Ora
sono centinaia.
I partecipanti
di queste riunioni improvvisate iniziano a cantare, a urlare, a battere i piedi per terra, a muoversi in circolo, a saltare.
Mi incuriosisco
ogni istante di più, una tempesta di domande mi travolge, penso che sia il
momento di avanzare verso di loro.
Sono sempre
di più e sempre più eccitati, spaventati.
I velieri
sono ormai sotto costa, con le loro bandiere a sventolare fiere nel vento.
Intento ad
osservarle mentre ormai fiancheggiano la terra, inizio ad avvertire una
presenza.
Sposto
lentamente lo sguardo sulla mia sinistra e tutte quelle persone sono rivolte in
blocco verso di me, con sguardo inquisitorio e l’indice puntato. Mi fissano, li
fisso. Senza dire una parola.
In lontananza il muezzin sta richiamando i fedeli alla preghiera e a Dakar sono da poco passate le 19.
Ho le mani in tasca ed un sorriso compiaciuto.
Ho le mani in tasca ed un sorriso compiaciuto.
Il passaggio dell’aereo che sorvola Bissau mi
riporta a casa.
Lo cerco nell’arancione e rosa del cielo, non lo
trovo e me lo perdo.
Riccardo, la guardia notturna, mi chiama.
‘Hai visto il sole?’. Sul suo volto un sorriso
enigmatico.
‘No, non ci ho fatto caso. Stavo cercando altro’.
Mi avvicino a lui.
‘Caspita e’ fantastico Ricky, è rossissimo.
Stupendo’.
‘Non proprio. E’ bello per le vostre macchine
fotografiche. Sai, noi uomini grandi quando vediamo un sole così rosso ci
preoccupiamo e ci prendiamo più cura di noi e delle nostre famiglie’.
Rimango in piedi da solo a fissare quella palla
infuocata.
Sono trecentosessantacinqueoquasi
i giorni trascorsi a Bissau.
perchè mi emoziono così tanto? forse perchè leggo qualcosa dietro le righe? bellissimo fabio emmmm
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