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domenica 14 ottobre 2012

10 minuti


In un rilassante color verde l’orologio digitale segna le diciannove e pochi minuti.

Qualcosa meno di un chilometro è la distanza che separa il Parlamento dalla rotonda più trafficata della capitale, e percorrerla a quest’ora, a bordo di un mezzo con tre o più ruote, può ritardare di un po’ il ritorno a casa.
Il sole si è lasciato alle spalle l’orizzonte e a Bissau è già ora di oscurità.

Imboccata l’unica arteria principale della città mi sono sufficienti pochi metri, qualche frazione di minuto per realizzare che ci sarà da attendere a lungo prima di poter svoltare a sinistra una volta giunto alla rotonda, e prima di poter addentrarmi nel buio della strada che si allontana dal centro.
E’ solo dopo dieci minuti di un procedere che assomiglia ad immobilità che inizio a scorgere i goffi ed indaffarati tentativi della polizia locale di regolare il traffico in entrata e in uscita dalla rotonda.
Inizio a domandarmi, perché mai poi dover regolare il traffico in entrata e in uscita da una rotonda?
Non dovrebbe essere, in fin dei conti, un giochetto relativamente semplice?
Precedenza a chi è dentro, pazienza e un po’ di riflessi pronti per chi fuori è in attesa di salire sulla giostra.
Ma qui siamo a Chapa, a Bissau. Chi è fuori aspetta, chi è dentro anche.
Ne uscirà solo chi, dentro e fuori, con audacia e una più o meno indotta passione per il caos, riuscirà ad infilarsi in questo limbo di attese.

Quando oramai sono così vicino all’entrata della rotonda, quando oramai potrei quasi gioire del fatto che superato questo tratto di mare impetuoso sarò a poche fatiche dal resto del viaggio verso un approdo sicuro, avrei invece una gran voglia di incazzarmi, di sbattere almeno una volta un pugno sul volante, di chiedermi perché  diamine non abbia preso la moto quella sera e di scendere dalla macchina e andare a dire a uno qualsiasi dei miei vicini di coda: “Ora dimmi, per quale stramaledetta ragione non devi far passare quel poveraccio che è dentro la rotonda da un quarto d’ora e non puoi aspettare con pazienza qualche secondo prima di buttarti dentro?”
Vorrei farlo, ma neppure con troppa convinzione. Per fortuna.

Preferisco invece osservare la spettacolare auto-determinazione di un perfetto delirio confusionale che va in scena in diretta alle sette e mezza di una sera qualsiasi nel centro nevralgico della capitale guineana.
Così, metro dopo metro, godendomi la chilometrica coda in entrata alla rotonda in entrambe le direzioni di marcia, i tentativi di chi è già dentro di uscirne indenne, tentativi peraltro resi vani, sforzo dopo sforzo, dalla prepotente immissione nella rotonda di altri veicoli, ecco che è nuovamente ora dell’entrata in azione del goffo agente della polizia locale il quale nel frattempo si era assentato per qualche chiacchiera.
Con fermezza ed il braccio alzato l’agente arresta le auto in entrata permettendo così a chi è rimasto intrappolato in quella prigione circolare di liberarsi e sfrecciar via.

Tutto quello sbloccarsi, quello scorrere fluido di auto che un istante prima mi sembrava impossibile produce in me uno spasmo di piacere.
Il poliziotto, seppur goffamente e solo per pochissimi minuti, è riuscito a far funzionare la rotonda.
Una sensazione di puro godimento.

Eppure comincio a chiedermi: dove sarà mai scritto poi che quel far funzionare la rotonda sia il modo di esprimere una regola che racchiude in se il respiro dell’universo tutto?
Tutto quell’aspettare ai miei occhi non-necessario, e che avrei voluto trasformare in una serie di imprecazioni da sventagliare sui presenti allo show da dentro i vetri della mia auto, mi ha dato da pensare che la grande rotonda di Bissau ed il suo strano meccanismo di funzionamento stessero suggerendo qualcosa di più sottile.
Non era forse la rotonda con la sua segnaletica orizzontale e verticale, nonché con quella regola di funzionamento uno degli esempi più lampanti di espiantazione e trapianto dei nostri, lungamente dibattuti, modelli di sviluppo e di successo?
Anni di ragionamenti, di piani urbanistici, di ‘ingegnerizzazione delle isole spartitraffico circolari’, di discrepanze fra normative comunitarie e codici della strada nazionali nell’utilizzo delle rotatorie, prima di giungere alla condivisione di un modello che tuttavia dagli automobilisti di Bissau sembra esser stato interpretato diversamente.
Un’interpretazione evidentemente generatrice di confusione nei conducenti di ogni tipo di mezzo, nei pedoni e nella maggior parte degli abitanti della capitale guineana, eccetto in quelli che nel mondo omologato ed illuminato hanno avuto il piacere di percorrere regolarmente una rotatoria.

Modelli espiantati e trapiantati. Gli stessi che organizzazioni internazionali, governative e non profondono a tutto spiano da anni, abituate oramai a tapparsi le orecchie, gli occhi, ma non la bocca di fronte alla delusione dei tanti, non tutti, operatori in loco quotidianamente messi a cospetto dell’esiguità dei risultati ottenuti in relazione alle risorse economiche ed umane investite sui campi di battaglia.
Che non sia opportuno prendere un po’più di spunto dalla rotonda di Chapa, a Bissau e cominciare seriamente a ripensare? A ripensare. Non a gettare la spugna.
Troppo scomodo.  

Più avanzo verso l’entrata della rotonda, verso il preludio alla libertà che mi attende dopo un semicerchio di passione, e più continuo a pensare.
Continuo a pensare che il credere, o l’auto-convincersi di credere che qualcosa simile ad una sequenza impazzita di progetti - spesso difficilmente sostenibili e rispondenti a linee guida strategicamente partorite negli alti uffici di Bruxelles, Vienna, Ginevra, New York  da chi in Africa, in molti casi, non ci ha mai messo piede o non lo ha fatto per più di qualche settimana, limitata alle hall degli alberghi a cinque stelle e alle sale conferenza dei grandi uffici internazionali - possa effettivamente redimere anni di sfruttamento passato, presente, futuro e di annullamento all’auto-definizione di strategie, in nome dell’assistenza umanitaria, sia pericolosamente patetico.

Ma ecco la rotonda.
Potrebbe anche essere una delle ultime affrontate durante una stagione delle piogge a Bissau.
Entrarci ha quasi del mistico ed appena fuori lancio un ultimo sguardo soddisfatto nello specchietto retrovisore.
Ne sono uscito. Indenne, o forse non più. 


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