Quell’orizzonte che scrutavo da dietro il finestrino di un aereo, bianco come i picchi delle Alpi e azzurro come il cielo di una mattina di gennaio, perfetta per volare, è ora una scatola di lamiera blu;
e se non fosse per le quattro ruote e per le sei persone che schiacciate al suo interno stanno aspettando di rientrare in Guinea Bissau, direi di tutto tranne che sia una macchina.
Interni rimossi, cinture rotte, buchi in vari punti della carrozzeria in modo tale da permettere alle nuvole di polvere di entrare più agevolmente nell’abitacolo, porte che si aprono solo da fuori, o che nei migliori casi si aprono con un comodo filo metallico penzolante, e tanta voglia di non pensare più di tanto alle strade africane e al mezzo su cui le percorrerai.
E’ una senegalese domenica mattina di qualche settimana fa e siete benvenuti a bordo dei magnifici 7plus, uno dei mezzi pubblici più di moda da queste parti.
E dire che conosco molto bene chi ha avuto così tanta voglia di non pensare a dove si trovasse tanto da affrontare, a bordo di una di queste roulette russe del trasporto pubblico guineano, le 28 ore di viaggio che separano Bissau da Freetown in Sierra Leone, attraversando l’imprevedibile Guinea Conakry.
Sto aspettando di salire a bordo, di essere il settimo della lamiera blu, e intorno a me si susseguono venditori di cotton fioc, di mollette e di sigarette, gelatai improvvisati, autisti di ogni genere di mezzo, donne che gridano frasi incomprensibili in wolof, lingua parlata in Senegal, bambini che elemosinano qualche moneta camminando scalzi sugli sputi che si sono appena e viscidamente posati in terra e che provengono da bocche la cui pulizia non è di certo certificata da qualsivoglia associazione di dentisti.
Dopo qualche acrobazia da imbecille per farmi spazio tra i sedili e conquistare il posto numero 3, assegnatomi poco prima dal bigliettaio, riesco a sedermi.
Passano pochi minuti e dopo aver squadrato da cima a fondo la ragazza senegalese al mio fianco decido che è ora di smetterla, di stare sul pezzo e concentrarmi sul viaggio.
Ma non troppo.
Siamo ancora fermi nella piazzola del paragem che ospita i mezzi in partenza per la Guinea Bissau, per la Guinea Conakry, per Dakar e per altre destinazioni del Senegal, quando avverto chiaramente i crampi allo stomaco: ho fame.
Ed ecco che dal finestrino alla mia destra sbuca un uomo di mezz’età con una camicia viola a righe gialle ed una bacinella, viola e gialla. Non faccio in tempo a stupirmi di questa assurda combinazione di colori nel bel mezzo di una situazione altrettanto assurda, che da dentro la bacinella riesco a scorgere una gran quantità di panini. Pomodoro, mozzarella, uovo, tonno, insalata. Ah!
Il ragazzo dietro di me ne chiede uno ed ecco che l’uomo in viola e giallo inizia il suo show.
Le manone afferrano un panino dalla bacinella, tolgono via la busta di plastica che lo contiene, e grazie all’aiuto di un bel paio di unghie nere a tenerlo aperto per le due parti in cui era stato accuratamente tagliato per essere riempito con gli ingredienti, si preparano a servire il cliente.
Da dentro la bacinella compare un coltello a serramanico, l’uomo in viola e giallo lo apre e comincia a tagliuzzare uovo, pomodoro, insalata e tonno tenendo il panino sempre ben aperto, afferrandolo sempre per i due lati, e sempre con le sue belle unghie nere.
E a questo punto il gran finale con un barattolo di maionese, un cucchiaino e una decisa spalmatina a ricoprire il tutto.
Il ragazzo dietro di me si mangia il suo succulento panino, l’uomo in viola e giallo si congeda, e io rimango con l’amaro in bocca per non avere avuto il coraggio di rischiare di prendermi un’altra rinvigorente intossicazione alimentare.
Ma a quel punto lo stomaco è chiuso ed è pronto ad affrontare il viaggio di ritorno che incomincia con una bella spinta alla nostra lamiera, una borbottante accensione e via verso la frontiera.
Dopo sei ore di viaggio andata e ritorno, quattro timbri sul passaporto, due in entrata e due in uscita, un frettoloso pranzo una volta arrivato a casa, e dopo che lo stomaco si è gradualmente riaperto e riempito, ho ancora voglia di prendermi un caffè.
Salgo in moto e un po’assonnato mi dirigo verso Imperio.
Imperio è il modo rapido per indicare la piazza principale di Bissau che un tempo ospitava la sede del governo guineano.
Oggi Imperio ospita i resti dell’ex-palazzo del governo guineano distrutto dalla guerra civile, ma che i cinesi, in cambio di un po’ di pesca illegale nei mari della Guinea-Bissau, stanno ricostruendo celermente; ospita la sede dell’ambasciata di Spagna e del Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde, il PAIGC, principale partito politico del paese. Un paese che ha iniziato, dopo la morte del suo presidente avvenuta lo scorso gennaio, il cammino verso le elezioni politiche che si terranno il prossimo 18 marzo. Un cammino complicato e controverso, per non mancare alla tipicità che è solita contraddistinguerli in molti dei paesi africani.
A Imperio, comunque, c’è anche il bar dove al tramonto mi piace andare a bere un caffè.
Mi avvicino all’entrata del bar circondato solamente da un paio di ragazzini; di solito sono almeno una decina e sempre intenti a vendere ricariche telefoniche, bizzarri adesivi colorati e a cercare di pulire qualche paio di scarpe.
Entrando mi viene in mente Bettinelli e il suo racconto dei ragazzini che ti attendono al porto di Stone Town a Zanzibar in Tanzania. Li chiamano papasi, che in swahili significa ‘zecche’, perché incollati ai turisti fin dal loro primo passo sull’isola nel tentativo di sistemarli in un posto dove dormire, e che in definitiva lottano per ‘la possibilità di avere un lavoro in un posto dove il lavoro non c’è’.
Fra i bambini che sono soliti circondare gli avventori del bar ce n’è uno che mi sta particolarmente simpatico, Mamadou, migrato insieme alla sua famiglia dalla confinante Guinea Conakry. Avrà si e no 10 o 11 anni, sfoggia una stupenda pelle color ebano a tratti impregnata dalla polvere di Bissau, un tappetino di capelli di un nero intenso, un bel paio di occhi scuri e magnetici, e il sorriso innocente e vissuto di chi è poco più di un bambino ma che per andare avanti deve sperare di riuscire a lucidare le scarpe a qualche panzone pieno di soldi e lardo seduto al tavolo del bar, o a qualche bianco che ci tiene ad avere le scarpe sempre pulite nella polverosa Bissau.
Oppure, Mamadou, deve sperare di dare una pulita alla mie scarpe, tremendamente sporche, ricoperte da svariati strati di polvere e che pur volendo, con tutta la buona volontà di questo mondo, non si prestano proprio ad essere pulite.
Il teatrino è quasi sempre lo stesso; io entro nel bar, lo saluto con un bel sorriso e una mano sulla testa, lui contraccambia con un altrettanto bel sorriso, più bello del mio, e io mi siedo al tavolo aspettando di bere il mio caffè.
Dopo qualche minuto, nell’attesa di qualche cameriera che ha tutto tranne voglia di alzare il suo bel sederone dalla sedia e prendere l’ordinazione dei clienti, il mio sguardo incrocia lo sguardo di Mamadou e i suoi gesti del capo e delle mani mi suggeriscono di farmi pulire le scarpe, quasi a dirmi: ‘ dai cazzo, fatti pulire ste scarpe, non vedi che fanno cagare?’.
Allora io abbasso lo sguardo sotto il tavolo, do una veloce occhiata alle mie scarpe, penso che effettivamente facciano schifo e che Mamadou abbia spudoratamente ragione, alzo la testa e come ogni volta gli faccio cenno di no con la mano. Lui, non capendo perché, accetta il verdetto e insieme alla vecchia bilancia che porta sempre con se sotto braccio per consentire ai clienti di appoggiare i piedi mentre è intento a lucidar loro le scarpe, si sposta di qualche metro prima di incrociare lo sguardo con qualche altro cliente del bar; speranzosamente con qualcuno con delle orribili scarpe da far lucidare.
Quella domenica però davanti al bar ci sono solo Mamadou e un suo ‘piccolo’ collega.
Io sto aspettando che Ursula, la cameriera dal bel culone pesante, venga a prendere la mia ordinazione.
Oltre al caffè quel pomeriggio ho voglia di mangiare un biscotto e anche in questo caso ogni volta si ripete sempre lo stesso teatrino.
Io chiedo un biscotto e lei, quasi volendomelo imporre, mi ricorda che mi conviene di più comprarne 100 grammi. Insomma mi fa una bella analisi costi - benefici in un momento in cui io ho solamente voglia di mangiare un dannato biscotto e basta.
Quel giorno però non ho voglia di spiegarglielo per l’ennesima volta e quindi: 'e allora fai come vuoi, dammi sti cento grammi' - sguardo interdetto di Ursula - ‘Ok i sta bom! Cen gramos i perfeito!’. Grazie Ursula.
Ne mangio uno e me ne restano quattro. Guardando Mamodou ed il suo amico, ancora seduti davanti al bar in attesa di lavorare, chiedo una busta a Ursula (si Ursula hai capito bene, una busta, non cento grammi di buste!). Infilo dentro due biscotti e due li avvolgo in un tovagliolo, bevo il mio caffè e uscendo consegno i quattro biscotti, due a testa, a Mamadou e al suo amico, spiandoli con la coda dell’occhio mentre afferrano i biscotti sorridendo e mentre ringraziano timidamente.
Ho quasi il timore di poter essere guardato con sospetto dai clienti del bar e senza voltarmi verso i tavolini risalgo sulla moto, accendo e riparto.
Di fronte a me, una palla di fuoco rossa sta tramontando all’orizzonte.
Il 20 febbraio del 2011 non era una giornata perfetta per volare, o almeno non lo sembrava da sotto la fitta coltre di nuvole grigie che copriva Torino.
Da li a pochi minuti dal decollo però, sopra le nuvole, con l’aereo in salita, leggendo e facendomi ispirare da alcune righe di Chatwin, un Chatwin che qualche giorno fa sulla spiaggia di Varela mi sono ritrovato a raccontare a un gruppetto di bambini curiosissimi nel vedermi aprire un libro e che caso vuole era proprio di colui che con un telegramma con su scritto ‘sono andato in Patagonia’ si congedò dal Sunday Times e diede inizio al suo primo grande viaggio, perfetta sarebbe stata un’intuizione.
Quel giorno intuivo che era ora di lasciare Madrid, con il sole al tramonto e lo sguardo fisso sull’orizzonte.
Un orizzonte che allora non immaginavo, ma che oggi, nel bel mezzo di un’esplosione carnevalesca di vita e colori, e per un altro anno, so chiamarsi Africa.
e se non fosse per le quattro ruote e per le sei persone che schiacciate al suo interno stanno aspettando di rientrare in Guinea Bissau, direi di tutto tranne che sia una macchina.
Interni rimossi, cinture rotte, buchi in vari punti della carrozzeria in modo tale da permettere alle nuvole di polvere di entrare più agevolmente nell’abitacolo, porte che si aprono solo da fuori, o che nei migliori casi si aprono con un comodo filo metallico penzolante, e tanta voglia di non pensare più di tanto alle strade africane e al mezzo su cui le percorrerai.
E’ una senegalese domenica mattina di qualche settimana fa e siete benvenuti a bordo dei magnifici 7plus, uno dei mezzi pubblici più di moda da queste parti.
E dire che conosco molto bene chi ha avuto così tanta voglia di non pensare a dove si trovasse tanto da affrontare, a bordo di una di queste roulette russe del trasporto pubblico guineano, le 28 ore di viaggio che separano Bissau da Freetown in Sierra Leone, attraversando l’imprevedibile Guinea Conakry.
Sto aspettando di salire a bordo, di essere il settimo della lamiera blu, e intorno a me si susseguono venditori di cotton fioc, di mollette e di sigarette, gelatai improvvisati, autisti di ogni genere di mezzo, donne che gridano frasi incomprensibili in wolof, lingua parlata in Senegal, bambini che elemosinano qualche moneta camminando scalzi sugli sputi che si sono appena e viscidamente posati in terra e che provengono da bocche la cui pulizia non è di certo certificata da qualsivoglia associazione di dentisti.
Dopo qualche acrobazia da imbecille per farmi spazio tra i sedili e conquistare il posto numero 3, assegnatomi poco prima dal bigliettaio, riesco a sedermi.
Passano pochi minuti e dopo aver squadrato da cima a fondo la ragazza senegalese al mio fianco decido che è ora di smetterla, di stare sul pezzo e concentrarmi sul viaggio.
Ma non troppo.
Siamo ancora fermi nella piazzola del paragem che ospita i mezzi in partenza per la Guinea Bissau, per la Guinea Conakry, per Dakar e per altre destinazioni del Senegal, quando avverto chiaramente i crampi allo stomaco: ho fame.
Ed ecco che dal finestrino alla mia destra sbuca un uomo di mezz’età con una camicia viola a righe gialle ed una bacinella, viola e gialla. Non faccio in tempo a stupirmi di questa assurda combinazione di colori nel bel mezzo di una situazione altrettanto assurda, che da dentro la bacinella riesco a scorgere una gran quantità di panini. Pomodoro, mozzarella, uovo, tonno, insalata. Ah!
Il ragazzo dietro di me ne chiede uno ed ecco che l’uomo in viola e giallo inizia il suo show.
Le manone afferrano un panino dalla bacinella, tolgono via la busta di plastica che lo contiene, e grazie all’aiuto di un bel paio di unghie nere a tenerlo aperto per le due parti in cui era stato accuratamente tagliato per essere riempito con gli ingredienti, si preparano a servire il cliente.
Da dentro la bacinella compare un coltello a serramanico, l’uomo in viola e giallo lo apre e comincia a tagliuzzare uovo, pomodoro, insalata e tonno tenendo il panino sempre ben aperto, afferrandolo sempre per i due lati, e sempre con le sue belle unghie nere.
E a questo punto il gran finale con un barattolo di maionese, un cucchiaino e una decisa spalmatina a ricoprire il tutto.
Il ragazzo dietro di me si mangia il suo succulento panino, l’uomo in viola e giallo si congeda, e io rimango con l’amaro in bocca per non avere avuto il coraggio di rischiare di prendermi un’altra rinvigorente intossicazione alimentare.
Ma a quel punto lo stomaco è chiuso ed è pronto ad affrontare il viaggio di ritorno che incomincia con una bella spinta alla nostra lamiera, una borbottante accensione e via verso la frontiera.
Mi ricordo di essere di nuovo in Africa da qualche giorno e percepisco, stampata sul volto, ancora una volta, la stessa espressione (probabilmente da fesso) che mi fa compagnia ormai da molti mesi.
Ed è sicuramente meraviglia.
Dopo sei ore di viaggio andata e ritorno, quattro timbri sul passaporto, due in entrata e due in uscita, un frettoloso pranzo una volta arrivato a casa, e dopo che lo stomaco si è gradualmente riaperto e riempito, ho ancora voglia di prendermi un caffè.
Salgo in moto e un po’assonnato mi dirigo verso Imperio.
Imperio è il modo rapido per indicare la piazza principale di Bissau che un tempo ospitava la sede del governo guineano.
Oggi Imperio ospita i resti dell’ex-palazzo del governo guineano distrutto dalla guerra civile, ma che i cinesi, in cambio di un po’ di pesca illegale nei mari della Guinea-Bissau, stanno ricostruendo celermente; ospita la sede dell’ambasciata di Spagna e del Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde, il PAIGC, principale partito politico del paese. Un paese che ha iniziato, dopo la morte del suo presidente avvenuta lo scorso gennaio, il cammino verso le elezioni politiche che si terranno il prossimo 18 marzo. Un cammino complicato e controverso, per non mancare alla tipicità che è solita contraddistinguerli in molti dei paesi africani.
A Imperio, comunque, c’è anche il bar dove al tramonto mi piace andare a bere un caffè.
Mi avvicino all’entrata del bar circondato solamente da un paio di ragazzini; di solito sono almeno una decina e sempre intenti a vendere ricariche telefoniche, bizzarri adesivi colorati e a cercare di pulire qualche paio di scarpe.
Entrando mi viene in mente Bettinelli e il suo racconto dei ragazzini che ti attendono al porto di Stone Town a Zanzibar in Tanzania. Li chiamano papasi, che in swahili significa ‘zecche’, perché incollati ai turisti fin dal loro primo passo sull’isola nel tentativo di sistemarli in un posto dove dormire, e che in definitiva lottano per ‘la possibilità di avere un lavoro in un posto dove il lavoro non c’è’.
Fra i bambini che sono soliti circondare gli avventori del bar ce n’è uno che mi sta particolarmente simpatico, Mamadou, migrato insieme alla sua famiglia dalla confinante Guinea Conakry. Avrà si e no 10 o 11 anni, sfoggia una stupenda pelle color ebano a tratti impregnata dalla polvere di Bissau, un tappetino di capelli di un nero intenso, un bel paio di occhi scuri e magnetici, e il sorriso innocente e vissuto di chi è poco più di un bambino ma che per andare avanti deve sperare di riuscire a lucidare le scarpe a qualche panzone pieno di soldi e lardo seduto al tavolo del bar, o a qualche bianco che ci tiene ad avere le scarpe sempre pulite nella polverosa Bissau.
Oppure, Mamadou, deve sperare di dare una pulita alla mie scarpe, tremendamente sporche, ricoperte da svariati strati di polvere e che pur volendo, con tutta la buona volontà di questo mondo, non si prestano proprio ad essere pulite.
Il teatrino è quasi sempre lo stesso; io entro nel bar, lo saluto con un bel sorriso e una mano sulla testa, lui contraccambia con un altrettanto bel sorriso, più bello del mio, e io mi siedo al tavolo aspettando di bere il mio caffè.
Dopo qualche minuto, nell’attesa di qualche cameriera che ha tutto tranne voglia di alzare il suo bel sederone dalla sedia e prendere l’ordinazione dei clienti, il mio sguardo incrocia lo sguardo di Mamadou e i suoi gesti del capo e delle mani mi suggeriscono di farmi pulire le scarpe, quasi a dirmi: ‘ dai cazzo, fatti pulire ste scarpe, non vedi che fanno cagare?’.
Allora io abbasso lo sguardo sotto il tavolo, do una veloce occhiata alle mie scarpe, penso che effettivamente facciano schifo e che Mamadou abbia spudoratamente ragione, alzo la testa e come ogni volta gli faccio cenno di no con la mano. Lui, non capendo perché, accetta il verdetto e insieme alla vecchia bilancia che porta sempre con se sotto braccio per consentire ai clienti di appoggiare i piedi mentre è intento a lucidar loro le scarpe, si sposta di qualche metro prima di incrociare lo sguardo con qualche altro cliente del bar; speranzosamente con qualcuno con delle orribili scarpe da far lucidare.
Quella domenica però davanti al bar ci sono solo Mamadou e un suo ‘piccolo’ collega.
Io sto aspettando che Ursula, la cameriera dal bel culone pesante, venga a prendere la mia ordinazione.
Oltre al caffè quel pomeriggio ho voglia di mangiare un biscotto e anche in questo caso ogni volta si ripete sempre lo stesso teatrino.
Io chiedo un biscotto e lei, quasi volendomelo imporre, mi ricorda che mi conviene di più comprarne 100 grammi. Insomma mi fa una bella analisi costi - benefici in un momento in cui io ho solamente voglia di mangiare un dannato biscotto e basta.
Quel giorno però non ho voglia di spiegarglielo per l’ennesima volta e quindi: 'e allora fai come vuoi, dammi sti cento grammi' - sguardo interdetto di Ursula - ‘Ok i sta bom! Cen gramos i perfeito!’. Grazie Ursula.
Ne mangio uno e me ne restano quattro. Guardando Mamodou ed il suo amico, ancora seduti davanti al bar in attesa di lavorare, chiedo una busta a Ursula (si Ursula hai capito bene, una busta, non cento grammi di buste!). Infilo dentro due biscotti e due li avvolgo in un tovagliolo, bevo il mio caffè e uscendo consegno i quattro biscotti, due a testa, a Mamadou e al suo amico, spiandoli con la coda dell’occhio mentre afferrano i biscotti sorridendo e mentre ringraziano timidamente.
Ho quasi il timore di poter essere guardato con sospetto dai clienti del bar e senza voltarmi verso i tavolini risalgo sulla moto, accendo e riparto.
Di fronte a me, una palla di fuoco rossa sta tramontando all’orizzonte.
Il 20 febbraio del 2011 non era una giornata perfetta per volare, o almeno non lo sembrava da sotto la fitta coltre di nuvole grigie che copriva Torino.
Da li a pochi minuti dal decollo però, sopra le nuvole, con l’aereo in salita, leggendo e facendomi ispirare da alcune righe di Chatwin, un Chatwin che qualche giorno fa sulla spiaggia di Varela mi sono ritrovato a raccontare a un gruppetto di bambini curiosissimi nel vedermi aprire un libro e che caso vuole era proprio di colui che con un telegramma con su scritto ‘sono andato in Patagonia’ si congedò dal Sunday Times e diede inizio al suo primo grande viaggio, perfetta sarebbe stata un’intuizione.
Quel giorno intuivo che era ora di lasciare Madrid, con il sole al tramonto e lo sguardo fisso sull’orizzonte.
Un orizzonte che allora non immaginavo, ma che oggi, nel bel mezzo di un’esplosione carnevalesca di vita e colori, e per un altro anno, so chiamarsi Africa.

Ciao Fabio! Grazie per quello che scrivi, apri le finestre su un mondo che non conosco e di cui vorrei sapere di più. Ti abbraccio forte!
RispondiEliminabellissimo fabio, mi sembra di vedere ciò che tu racconti, sarà perchè l'ho letto un po' di volte? non so però mi da l'idea di viverlo. continua emm
RispondiElimina