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domenica 14 ottobre 2012

10 minuti


In un rilassante color verde l’orologio digitale segna le diciannove e pochi minuti.

Qualcosa meno di un chilometro è la distanza che separa il Parlamento dalla rotonda più trafficata della capitale, e percorrerla a quest’ora, a bordo di un mezzo con tre o più ruote, può ritardare di un po’ il ritorno a casa.
Il sole si è lasciato alle spalle l’orizzonte e a Bissau è già ora di oscurità.

Imboccata l’unica arteria principale della città mi sono sufficienti pochi metri, qualche frazione di minuto per realizzare che ci sarà da attendere a lungo prima di poter svoltare a sinistra una volta giunto alla rotonda, e prima di poter addentrarmi nel buio della strada che si allontana dal centro.
E’ solo dopo dieci minuti di un procedere che assomiglia ad immobilità che inizio a scorgere i goffi ed indaffarati tentativi della polizia locale di regolare il traffico in entrata e in uscita dalla rotonda.
Inizio a domandarmi, perché mai poi dover regolare il traffico in entrata e in uscita da una rotonda?
Non dovrebbe essere, in fin dei conti, un giochetto relativamente semplice?
Precedenza a chi è dentro, pazienza e un po’ di riflessi pronti per chi fuori è in attesa di salire sulla giostra.
Ma qui siamo a Chapa, a Bissau. Chi è fuori aspetta, chi è dentro anche.
Ne uscirà solo chi, dentro e fuori, con audacia e una più o meno indotta passione per il caos, riuscirà ad infilarsi in questo limbo di attese.

Quando oramai sono così vicino all’entrata della rotonda, quando oramai potrei quasi gioire del fatto che superato questo tratto di mare impetuoso sarò a poche fatiche dal resto del viaggio verso un approdo sicuro, avrei invece una gran voglia di incazzarmi, di sbattere almeno una volta un pugno sul volante, di chiedermi perché  diamine non abbia preso la moto quella sera e di scendere dalla macchina e andare a dire a uno qualsiasi dei miei vicini di coda: “Ora dimmi, per quale stramaledetta ragione non devi far passare quel poveraccio che è dentro la rotonda da un quarto d’ora e non puoi aspettare con pazienza qualche secondo prima di buttarti dentro?”
Vorrei farlo, ma neppure con troppa convinzione. Per fortuna.

Preferisco invece osservare la spettacolare auto-determinazione di un perfetto delirio confusionale che va in scena in diretta alle sette e mezza di una sera qualsiasi nel centro nevralgico della capitale guineana.
Così, metro dopo metro, godendomi la chilometrica coda in entrata alla rotonda in entrambe le direzioni di marcia, i tentativi di chi è già dentro di uscirne indenne, tentativi peraltro resi vani, sforzo dopo sforzo, dalla prepotente immissione nella rotonda di altri veicoli, ecco che è nuovamente ora dell’entrata in azione del goffo agente della polizia locale il quale nel frattempo si era assentato per qualche chiacchiera.
Con fermezza ed il braccio alzato l’agente arresta le auto in entrata permettendo così a chi è rimasto intrappolato in quella prigione circolare di liberarsi e sfrecciar via.

Tutto quello sbloccarsi, quello scorrere fluido di auto che un istante prima mi sembrava impossibile produce in me uno spasmo di piacere.
Il poliziotto, seppur goffamente e solo per pochissimi minuti, è riuscito a far funzionare la rotonda.
Una sensazione di puro godimento.

Eppure comincio a chiedermi: dove sarà mai scritto poi che quel far funzionare la rotonda sia il modo di esprimere una regola che racchiude in se il respiro dell’universo tutto?
Tutto quell’aspettare ai miei occhi non-necessario, e che avrei voluto trasformare in una serie di imprecazioni da sventagliare sui presenti allo show da dentro i vetri della mia auto, mi ha dato da pensare che la grande rotonda di Bissau ed il suo strano meccanismo di funzionamento stessero suggerendo qualcosa di più sottile.
Non era forse la rotonda con la sua segnaletica orizzontale e verticale, nonché con quella regola di funzionamento uno degli esempi più lampanti di espiantazione e trapianto dei nostri, lungamente dibattuti, modelli di sviluppo e di successo?
Anni di ragionamenti, di piani urbanistici, di ‘ingegnerizzazione delle isole spartitraffico circolari’, di discrepanze fra normative comunitarie e codici della strada nazionali nell’utilizzo delle rotatorie, prima di giungere alla condivisione di un modello che tuttavia dagli automobilisti di Bissau sembra esser stato interpretato diversamente.
Un’interpretazione evidentemente generatrice di confusione nei conducenti di ogni tipo di mezzo, nei pedoni e nella maggior parte degli abitanti della capitale guineana, eccetto in quelli che nel mondo omologato ed illuminato hanno avuto il piacere di percorrere regolarmente una rotatoria.

Modelli espiantati e trapiantati. Gli stessi che organizzazioni internazionali, governative e non profondono a tutto spiano da anni, abituate oramai a tapparsi le orecchie, gli occhi, ma non la bocca di fronte alla delusione dei tanti, non tutti, operatori in loco quotidianamente messi a cospetto dell’esiguità dei risultati ottenuti in relazione alle risorse economiche ed umane investite sui campi di battaglia.
Che non sia opportuno prendere un po’più di spunto dalla rotonda di Chapa, a Bissau e cominciare seriamente a ripensare? A ripensare. Non a gettare la spugna.
Troppo scomodo.  

Più avanzo verso l’entrata della rotonda, verso il preludio alla libertà che mi attende dopo un semicerchio di passione, e più continuo a pensare.
Continuo a pensare che il credere, o l’auto-convincersi di credere che qualcosa simile ad una sequenza impazzita di progetti - spesso difficilmente sostenibili e rispondenti a linee guida strategicamente partorite negli alti uffici di Bruxelles, Vienna, Ginevra, New York  da chi in Africa, in molti casi, non ci ha mai messo piede o non lo ha fatto per più di qualche settimana, limitata alle hall degli alberghi a cinque stelle e alle sale conferenza dei grandi uffici internazionali - possa effettivamente redimere anni di sfruttamento passato, presente, futuro e di annullamento all’auto-definizione di strategie, in nome dell’assistenza umanitaria, sia pericolosamente patetico.

Ma ecco la rotonda.
Potrebbe anche essere una delle ultime affrontate durante una stagione delle piogge a Bissau.
Entrarci ha quasi del mistico ed appena fuori lancio un ultimo sguardo soddisfatto nello specchietto retrovisore.
Ne sono uscito. Indenne, o forse non più. 


mercoledì 30 maggio 2012

Trecentosessantacinqueoquasi a Bissau e tre a Dakar

Mi alzo.
E’ così rara a Bissau la musica dei reattori di un aereo al tramonto. Non voglio perdermi la scena.
Esco dalla porta, mi appoggio al cancelletto dell’entrata di casa e alzo il naso al cielo, aspettando di godermi il passaggio del gabbiano di ferro.

Lascio che la brezza del mare mi rinfreschi e prenda il posto del calore e di quell’umidità soffocante.
Un cenno di saluto ad un paio di ragazzini di ritorno dal campo di calcio; gli stessi che qualche ora prima, mentre ero io a rientrare mi avevano tempestato di domande – Da dove viene quella moto? Da dove viene il casco? Da dove vengono gli occhiali? E le scarpe? E lo zaino? – alle quali io avevo pazientemente risposto, qualche volta inventando e qualche volta no, e pensando tra me e me che nessuna delle mie risposte era stata Africa, figuriamoci poi Guinea - Bissau.
Ma in quel momento io mi accontentavo di pensare che qui, nonostante tutto, fosse una fabbrica di umanità.
Che se ne accontentassero i due ragazzini però è un’altra storia, e nessuno meglio di loro la potrebbe raccontare.

Sono passate da poco le 19.
Il profumo del mare portato dal vento e la luce di quest’ora mi proiettano ad un tardo pomeriggio di qualche settimana prima.

Seduto su un blocco di cemento e rivolto con lo sguardo al mare, verso l’estendersi apparentemente infinito dell’Oceano Atlantico.
Dietro di me e sopra ad un blocco decisamente più alto campeggia dipinta la scritta ‘Le Phare des Mamelles’, e più dietro ancora in tutta la sua grandezza, confusione, bellezza e complessità si estende Dakar.  
Dakar, che come Alaska non riesco a stancarmi di pronunciare.
C’è una coppia intenta a scambiarsi tenerezze ed un'altra alle prese con un pargoletto che corre senza sosta. Sulla strada in salita che porta al faro si stanno allenando dei ragazzi.
Guardo l’oceano e poi mi volto a guardare il faro.
In piedi, circondato dalla terra e da tutto quel mare, dritto, solo, slanciato verso il cielo, e con il suo occhio a scrutare l’orizzonte a trecento sessanta gradi.

Contemplando quello spettacolo da dentro il cappuccio della felpa che mi protegge dal vento vengo distratto dall’accorrere verso il mare di decine persone. Lungo tutte le coste di Dakar.
Pare che vogliano assistere a qualcosa di evidentemente inatteso. 
Una decina di strane forme solcano le acque atlantiche a qualche miglio dalla costa.
Mi concentro meglio sull’orizzonte e posso adesso scorgere nitidamente una decina di grossi velieri a vele spiegate, affamati, dai cui boccaporti ho la sensazione fuoriescano presunzione e distruzione, e la cui forma, con il sole in immersione nell’Atlantico, è puro fascino e tetro presagio.
Mi giro di scatto verso Dakar e non ci sono più le bianche casette basse, le moschee, le chiese, l’aeroporto,  le strade asfaltate, i taxi gialli e neri.
Non c’è più quella coppia di amanti e neppure il bambino che scorrazzava da una parte all’altra. I ragazzi che correvano sono spariti.
Intorno al promontorio dove ora sto in piedi da solo di fronte al mare non si estendono che grandi spazi incontaminati.
Dozzine di colonne di fumo provenienti dai fuochi accesi negli accampamenti sparsi sul territorio si levano verso l’alto.
Distinguo chiaramente l’Isola di Goré a sud e quella di Ngor a ovest.
Gli uomini e le donne accorse lungo le coste si stanno adesso raggruppando.
Si parlano in maniera concitata, si guardano meravigliati l’un l’altro, emettono suoni striduli a me incomprensibili, alcuni hanno gli occhi sgranati persi nel vuoto, altri guardano il cielo, altri guardano in terra; aumentano a vista d’occhio. Ora sono centinaia.
I partecipanti di queste riunioni improvvisate iniziano a cantare,  a urlare, a battere i piedi per terra,  a muoversi in circolo, a saltare.
Mi incuriosisco ogni istante di più, una tempesta di domande mi travolge, penso che sia il momento di avanzare verso di loro.
Sono sempre di più e sempre più eccitati, spaventati.
I velieri sono ormai sotto costa, con le loro bandiere a sventolare fiere nel vento.
Intento ad osservarle mentre ormai fiancheggiano la terra, inizio ad avvertire una presenza.
Sposto lentamente lo sguardo sulla mia sinistra e tutte quelle persone sono rivolte in blocco verso di me, con sguardo inquisitorio e l’indice puntato. Mi fissano, li fisso. Senza dire una parola.

In lontananza il muezzin sta richiamando i fedeli alla preghiera e a Dakar sono da poco passate le 19.
Ho le mani in tasca ed un sorriso compiaciuto.  

Il passaggio dell’aereo che sorvola Bissau mi riporta a casa.
Lo cerco nell’arancione e rosa del cielo, non lo trovo e me lo perdo.
Riccardo, la guardia notturna, mi chiama.
‘Hai visto il sole?’. Sul suo volto un sorriso enigmatico.
‘No, non ci ho fatto caso. Stavo cercando altro’.
Mi avvicino a lui.
‘Caspita e’ fantastico Ricky, è rossissimo. Stupendo’.
‘Non proprio. E’ bello per le vostre macchine fotografiche. Sai, noi uomini grandi quando vediamo un sole così rosso ci preoccupiamo e ci prendiamo più cura di noi e delle nostre famiglie’.

Rimango in piedi da solo a fissare quella palla infuocata.
Sono trecentosessantacinqueoquasi i giorni trascorsi a Bissau.

Hai voglia di correre, eppure ti senti tirare così piacevolmente per la maglia.

domenica 25 marzo 2012

Gabriela, un pentolone e la Bahia

Un’occhiata  al contachilometri e una sistemata ai guanti. L’asfalto che inizia a riscaldarsi sotto la suola delle scarpe e l’arancione dell’insegna della Galp. L’aria frizzante di una mattina tropicale e l’odore delle gocce di benzina sul serbatoio, dove campeggia il tricolore che amo guardare pensando a casa.
Esco da Bissau alle 8.58 del mattino e l’uscita dalla città, per quella che sarà la mia prima avventura su due ruote lungo le strade della Guinea-Bissau, è carica di energia, emozione, preoccupazione, immaginazione e curiosità.

Dopo essermi lasciato alle spalle la capitale, lungo la strada che dal centro corre via verso l’aeroporto, ho in mente solo i poco più di novanta chilometri asfaltati in direzione nord-ovest e l’arrivo al porticciolo di Cacheu, sonnolenta cittadina affacciata su un ampio braccio di mare.

E così come il bambino che salendo sull’autobus della prima gita scolastica a pochi chilometri dalla città è sicuro di iniziare la sua più grande avventura, a me sembra di aver appena iniziato la Parigi – Dakar, anzi, la Bissau – Dakar, e solo una volta tuffatomi nel paesaggio che mi farà compagnia nelle prossime due ore, realizzo divertito che in termini di chilometri il tragitto percorso equivale praticamente a quello di una travolgente Torino-Novara.
Solo in termini di chilometri però. La Bissau – Cacheu è un po’ diversa.

Ci sono gli alberi di mango e quelli di Cajù che si preparano alla volata finale verso i loro frutti ;  c’è la strada, larga quanto basta; ci sono i maiali, i cani e le capre che attraversano senza curarsene troppo; poi c’è una capretta che guarda a destra, guarda a sinistra, aspetta che io passi, e solo dopo e con molta attenzione attraversa la strada, mentre io continuo a osservarla nello specchietto;
ci sono i dossi non segnalati, le buche non segnalate; e le mie imprecazioni, segnalatissime;
c’è il giallo della stagione secca e della savana subsahariana;
ci sono i posti di blocco (no i posti di blocco no per favore) – rallento, alzo la visiera, sorrido, saluto, sospiro e riaccelero - ;
ci sono i ponti da superare e c’è una sensazione che mi fa stringere un po’di più le manopole della moto;
e via verso le prossime curve, le prossime caprette, spericolate e non, i prossimi posti di blocco, il prossimo paesaggio.

Passo Safim, Bula, Có, Cadjens, Djita, Pelundo, Canchungo, Tchur-Brick e Bachil.
Alzo la mano ogni volta che attraverso un paese, salutando e ringraziando tra me e me per l’ospitalità nel poter percorrere quelle strade.
Mi godo i salti divertiti dei gruppetti di bambini che incontro lungo il percorso, e i loro bianchi sorrisi che si avvicinano metro dopo metro.
E io mi sento così bene, ma così bene, da non desiderare niente altro in quei momenti.
Incrocio sguardi curiosi, scrutatori, divertiti, diffidenti, benevoli.
Ogni tanto mi fermo, stringo qualche mano, chiedo qualche informazione, scatto qualche foto e finalmente, dopo l’autoscatto di rito davanti al cartello che indica il traguardo, è il momento di abbassare il cavalletto,  di spegnere la moto, di togliere il casco e di scendere ad assaporare la tranquillità, ad ascoltare il silenzio, ad osservare la corrente del mare e a godere della bellezza dell’arrivo in una cittadina africana, in cui pare che il tempo sia trascorso in una maniera del tutto personalizzata.

Mi guardo attorno e mi rendo conto di aver parcheggiato la moto accanto all’unico posto dove poter mangiare qualcosa e rilassarmi.
Il tetto in paglia, i tavoli disposti in maniera intelligente, delle modeste tovaglie colorate, qualche sedia di plastica, il mare di fronte.
Tutto quello che immaginavo e speravo di trovare mentre lasciavo Bissau.
 
Faccio qualche passo per entrare e ad accogliermi c’è il sorriso gentile e un po’intimidito di Bernard, colto di sorpresa dall’arrivo inaspettato del branco in moto.
Lo saluto stringendogli la mano, e quasi come fosse il padrone di casa pronto a darmi il suo benvenuto a Cacheu.
Mi dirigo verso il tavolo più vicino al mare, mi siedo e nell’attesa che ritorni Bernard per chiedermi cosa volessi da bere, mi diletto a ripensare ai chilometri percorsi.
Mentre sono  intento a fantasticare sulla mia prima impresa motociclistica, è il rassicurante sorriso di Gabriela a distogliermi dai pensieri.
Alta, robusta, pelle liscia, guance morbide e carnose, sguardo dolcissimo e un vestito lungo e colorato.
Ancora una volta, come tante altre in questi mesi, mi sembra d'esser in Bahia in Brasile;
ma in questo caso c’è qualcosa in più: mi sento a casa fin dal primo istante, fin dal primo scambio di sguardi con mana Gabriela.
Lei, gentile e premurosa come una madre, mi fa sapere che non avendo avvisato in anticipo del mio arrivo, c’è solamente del pesce fritto accompagnato da riso ed insalata.
Io le rispondo che mi sembra eccellente e che era proprio quello che desideravo.
E allora Gabriela, ridendo compiaciuta, ritorna in cucina e inizia a friggere il pesce, a preparare il riso e a condire l’insalata.

Nel frattempo, come previsto, Bernard mi aveva chiesto cosa volessi da bere e senza esitare gli avevo risposto di portarmi gentilmente una birra bem gelada che adesso si trova sul tavolo, tra me e il mare.

Mi riempio lo stomaco con il pesce fritto, mi sazio con il riso, e sfido la diarrea del viaggiatore con l’insalata di pomodori, cipolle e lattuga adagiata in un bagnetto d’olio, aceto e acqua di non si sa quale provenienza.
Leggo qualche pagina di un libro che mi porta in America del Sud, mi gusto qualche boccata di un aromatico tabacco che brucia nella pipa made in Denmark regalatami dagli amici più cari, discuto di politica e di elezioni anticipate con Mario, convinto sostenitore di Henrique Rosa, il più onesto dei candidati alla presidenza della Guinea Bissau, e fratello di Gabriela, convinta sostenitrice di Carlos Gomes Junior detto Cadogo, l’uscente primo ministro dato come favorito nella corsa al potere nonché il candidato di quantomeno dubbia integrità morale.

E poi mi gusto il classico silenzio che segue gli impegnati discorsi post-pranzo. E la sua cornice.
Gabriela è ancora indaffarata in cucina, Bernard sonnecchia su una sedia accanto a Corka il cassiere, Mario è ora impegnato a scrutare l’orizzonte, verosimilmente perso nell’immaginare gli scenari futuri della Guinea Bissau, le nipotine di Gabriela, a cui è tremendamente piaciuta la mia iniziale strizzatina d’occhio, non smettono di farmi l’occhiolino e ridere a crepapelle ad ogni mia risposta, il portoghese che quasi certamente vive qui da prima dell’indipendenza è alle prese con il bagnetto dell’insalata, e il pesce di 33 chilogrammi pescato la mattina prima è intento a marcire e a seccare al sole in un’orgia di mosche inebriate da tutta quella carne in putrefazione.

‘Mario dove si trova il forte di Cacheu?’
‘Devi tornare un po’ indietro e prendere quella via che vedi a destra. Poi fai un centinaio di metri e lo vedrai di fronte a te, non puoi sbagliare. Davanti c’è sempre un tale che si chiama Caminho; ha le chiavi del forte e ti farà entrare. Costa cinquecento franchi, ne vale la pena.’
‘Ok ci andrò, grazie’.

Seguo le istruzioni di Mario e dopo avere oltrepassato la decadenza post-coloniale, essermi imbattuto in una vacca solitaria e non aver davvero potuto sbagliare, eccomi davanti al forte, sotto il sole battente e cercando di intuire chi fosse Caminho.
Giro le spalle al forte per un attimo ed ecco che da una casa poco distante vedo arrivare un signore di mezz’età.
‘Caminho?’ – ‘Si, sono io’.
Poche parole, tira fuori le chiavi e si entra.

Il forte è piccolo, davvero piccolo.
Dalla parte opposta all’entrata, quella che affaccia direttamente sul mare, e ai suoi due lati, giacciono immobili e innocui, fra le torrette di osservazione, i vecchi cannoni della guarnigione; gli stessi che molto probabilmente, nel lontano 1567, respinsero l’attacco del famigerato pirata Sir Francis Drake.
Tra un cannone e l’altro ci sono delle panchine rivolte verso il centro; in un angolo è stato piantato un albero dai fiori rossi.
In tre dei quattro angoli sono state collocate quattro statue di bronzo.
Caminho le elenca una alla volta e solo dopo che io mi sia avvicinato per osservarle.
Nuno Tristão, primo navigatore portoghese ad approdare sulla costa guineana e riconosciuto come lo scopritore di questa terra;
João Teixeira Pinto, ufficiale nato in Angola ed esperto nella lotta contro gli indigeni;
Honorio Barreto, primo governatore di nazionalità guineana ad essere nominato dai portoghesi;
Diogo Cão, secondo ad approdare in Guinea Bissau ma primo ad approdare a Cacheu.

Nel mezzo, nel centro del forte, è stato depositato un vecchio pentolone.
Le incrostazioni e la ruggine testimoniano il passaggio di acqua, sale e vento negli anni. Ma non solo.
Faccio qualche passo verso il centro e lascio che il mio sguardo si posi sull’interno del pentolone, e con lui lascio che lo facciano anche i miei pensieri.
Inizio a immaginare gli esseri umani costretti a mangiarci dentro, a indossare catene insopportabili, a sentire la propria anima calpestata dal più feroce disprezzo e a dirigersi in fila indiana alle barche pronte a salpare verso il Brasile, una lontana terra di sofferenza e di morte quasi certa.
Penso a quelli che lo hanno voluto, permesso e fatto. E vorrei rigurgitarli, vomitare fuori.

Un  inatteso corto circuito di idee mi riporta a qualche giorno prima della visita a Cacheu.
Sono in piedi nei corridoi dei carceri di Bafatà e Mansoa, di fronte alle celle che rinchiudono piccoli spacciatori di droga, falsificatori di denaro, rapinatori a mano armata e pluriomicida, o presunti tali.
Sono in visita, assieme ai miei colleghi, per iniziare a dare avvio alle attività di assistenza legale, medica, sanitaria, psico-sociale, e alle attività formative previste da un progetto in materia di tutela dei diritti umani di cui mi spetterà il coordinamento.
Scorgo  qualche sguardo perso nel vuoto e rassegnato, qualche altro vivo e speranzoso.
Sorrido in maniera rassicurante, ma non troppo. O almeno tento di farlo.
‘Portare un po’ di conforto anche a chi ha sbagliato, o forse no’.

E’ già ora di ripartire, di ringraziare Caminho, di salutare Mario e Bernard, di abbracciare Gabriela, di fare l’occhiolino alle sue nipotine, di dire arrivederci a Cacheu, di riattraversare il giallo della savana subsahariana, di ripassare ponti,  posti di blocco, e paesini fermi nel tempo.
E’ finalmente ora di una doccia, ed è ora che i pensieri si mescolino piacevolmente al ritmo afro-brasiliano che riempie la mia stanza, certo che un giorno, sarà la Bahia a farmi rivivere l’Africa.




lunedì 20 febbraio 2012

Orizzonte

Quell’orizzonte che scrutavo da dietro il finestrino di un aereo, bianco come i picchi delle Alpi e azzurro come il cielo di una mattina di gennaio, perfetta per volare, è ora una scatola di lamiera blu;
e se non fosse per le quattro ruote e per le sei persone che schiacciate al suo interno stanno aspettando di rientrare in Guinea Bissau, direi di tutto tranne che sia una macchina.
Interni rimossi, cinture rotte, buchi in vari punti della carrozzeria in modo tale da permettere alle nuvole di polvere di entrare più agevolmente nell’abitacolo, porte che si aprono solo da fuori, o che nei migliori casi si aprono con un comodo filo metallico penzolante, e tanta voglia di non pensare più di tanto alle strade africane e al mezzo su cui le percorrerai.

E’ una senegalese domenica mattina  di qualche settimana fa e siete benvenuti a bordo dei magnifici 7plus, uno dei mezzi pubblici più di moda da queste parti.
E dire che conosco molto bene chi ha avuto così tanta voglia di non pensare a dove si trovasse tanto da affrontare, a bordo di una di queste roulette russe del trasporto pubblico guineano, le 28 ore di viaggio che separano Bissau da Freetown in Sierra Leone, attraversando l’imprevedibile Guinea Conakry.

Sto aspettando di salire a bordo, di essere il settimo della lamiera blu, e intorno a me si susseguono venditori di cotton fioc, di mollette e di sigarette, gelatai improvvisati, autisti di ogni genere di mezzo, donne che gridano frasi incomprensibili in wolof, lingua parlata in Senegal, bambini che elemosinano qualche moneta camminando scalzi sugli sputi che si sono appena e viscidamente posati in terra e che provengono da bocche la cui pulizia non è di certo certificata da qualsivoglia associazione di dentisti.

Dopo qualche acrobazia da imbecille per farmi spazio tra i sedili e conquistare il posto numero 3, assegnatomi poco prima dal bigliettaio, riesco a sedermi.
Passano pochi minuti e dopo aver squadrato da cima a fondo la ragazza senegalese al mio fianco decido che è ora di smetterla, di stare sul pezzo e concentrarmi sul viaggio.
Ma non troppo.

Siamo ancora fermi nella piazzola del paragem che ospita i mezzi in partenza per la Guinea Bissau, per la Guinea Conakry, per Dakar e per altre destinazioni del Senegal, quando avverto chiaramente i crampi allo stomaco: ho fame.
Ed ecco che dal finestrino alla mia destra sbuca un uomo di mezz’età con una camicia viola a righe gialle ed una bacinella, viola e gialla. Non faccio in tempo a stupirmi di questa assurda combinazione di colori nel bel mezzo di una situazione altrettanto assurda, che da dentro la bacinella riesco a scorgere una gran quantità di panini. Pomodoro, mozzarella, uovo, tonno, insalata. Ah!
Il ragazzo dietro di me ne chiede uno ed ecco che l’uomo in viola e giallo inizia il suo show.
Le manone afferrano un panino dalla bacinella, tolgono via la busta di plastica che lo contiene, e grazie all’aiuto di  un bel paio di unghie nere a tenerlo aperto per le due parti in cui era stato accuratamente tagliato per essere riempito con gli ingredienti, si preparano a servire il cliente.
Da dentro la bacinella compare un coltello a serramanico, l’uomo in viola e giallo lo apre e comincia a tagliuzzare uovo, pomodoro, insalata e tonno tenendo il panino sempre ben aperto,  afferrandolo sempre per i due lati, e sempre con le sue belle unghie nere.
E a questo punto il gran finale con un barattolo di maionese, un cucchiaino e una decisa spalmatina a ricoprire il tutto.
Il ragazzo dietro di me si mangia il suo succulento panino, l’uomo in viola e giallo si congeda, e io rimango con l’amaro in bocca per non avere avuto il coraggio di rischiare di prendermi un’altra rinvigorente intossicazione alimentare.
Ma a quel punto lo stomaco è chiuso ed è pronto ad affrontare il viaggio di ritorno che incomincia con una bella spinta alla nostra lamiera, una borbottante accensione e via verso la frontiera. 


Mi ricordo di essere di nuovo in Africa da qualche giorno e percepisco, stampata sul volto, ancora una volta, la stessa espressione (probabilmente da fesso) che mi fa compagnia ormai da molti mesi.
Ed è sicuramente meraviglia.


Dopo sei ore di viaggio andata e ritorno, quattro timbri sul passaporto, due in entrata  e due in uscita, un frettoloso pranzo una volta arrivato a casa, e dopo che lo stomaco si è gradualmente riaperto e riempito, ho ancora voglia di prendermi un caffè.
Salgo in moto e un po’assonnato mi dirigo verso Imperio.
Imperio è il modo rapido per indicare la piazza principale di Bissau che un tempo ospitava la sede del governo guineano.  
Oggi Imperio ospita i resti dell’ex-palazzo del governo guineano distrutto dalla guerra civile, ma che i cinesi, in cambio di un po’ di pesca illegale nei mari della Guinea-Bissau, stanno ricostruendo celermente;  ospita la sede dell’ambasciata di Spagna e del Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde, il PAIGC, principale partito politico del paese. Un paese che ha iniziato, dopo la morte del suo presidente avvenuta lo scorso gennaio, il cammino verso le elezioni politiche che si terranno il prossimo 18 marzo. Un cammino complicato e controverso, per non mancare alla tipicità che è solita contraddistinguerli in molti dei paesi africani.
A Imperio, comunque, c’è anche il bar dove al tramonto mi piace andare a bere un caffè.

Mi avvicino all’entrata del bar circondato solamente da un paio di ragazzini;  di solito sono almeno una decina e sempre intenti a vendere ricariche telefoniche, bizzarri adesivi colorati e a cercare di pulire qualche paio di scarpe.
Entrando mi viene in mente Bettinelli e il suo racconto dei ragazzini che ti attendono al porto di Stone Town a Zanzibar in Tanzania. Li chiamano papasi, che in swahili significa ‘zecche’, perché incollati ai turisti fin dal loro primo passo sull’isola nel tentativo di sistemarli in un posto dove dormire, e che in definitiva lottano per ‘la possibilità di avere un lavoro in un posto dove il lavoro non c’è’.

Fra i bambini che sono soliti circondare gli avventori del bar ce n’è uno che mi sta particolarmente simpatico, Mamadou, migrato insieme alla sua famiglia dalla confinante Guinea Conakry. Avrà si e no 10 o 11 anni, sfoggia una stupenda pelle color ebano a tratti impregnata dalla polvere di Bissau, un tappetino di capelli di un nero intenso, un bel paio di occhi scuri e magnetici, e il sorriso innocente e vissuto di chi è poco più di un bambino ma che per andare avanti deve sperare di riuscire a lucidare le scarpe a qualche panzone pieno di soldi e lardo seduto al tavolo del bar, o a qualche bianco che ci tiene ad avere le scarpe sempre pulite nella polverosa Bissau.
Oppure, Mamadou, deve sperare di dare una pulita alla mie scarpe, tremendamente sporche, ricoperte da svariati strati di polvere e che pur volendo, con tutta la buona volontà di questo mondo, non si prestano proprio ad essere pulite.

Il teatrino è quasi sempre lo stesso; io entro nel bar, lo saluto con un bel sorriso e una mano sulla testa, lui contraccambia con un altrettanto bel sorriso, più bello del mio, e io mi siedo al tavolo aspettando di bere il mio caffè.
Dopo qualche minuto, nell’attesa di qualche cameriera che ha tutto tranne voglia di alzare il suo bel sederone dalla sedia e prendere l’ordinazione dei clienti,  il mio sguardo incrocia lo sguardo di Mamadou e i suoi gesti del capo e delle mani mi suggeriscono di farmi pulire le scarpe, quasi a dirmi: ‘ dai cazzo, fatti pulire ste scarpe, non vedi che fanno cagare?’.
Allora io abbasso lo sguardo sotto il tavolo, do una veloce occhiata alle mie scarpe, penso che effettivamente facciano schifo e che Mamadou abbia spudoratamente ragione, alzo la testa e come ogni volta gli faccio cenno di no con la mano. Lui, non capendo perché, accetta il verdetto e insieme alla vecchia bilancia che porta sempre con se sotto braccio per consentire ai clienti di appoggiare i piedi mentre è intento a lucidar loro le scarpe, si sposta di qualche metro prima di incrociare lo sguardo con qualche altro cliente del bar; speranzosamente con qualcuno con delle orribili scarpe da far lucidare.

Quella domenica però davanti al bar ci sono solo Mamadou e un suo ‘piccolo’ collega.
Io sto aspettando che Ursula, la cameriera dal bel culone pesante, venga a prendere la mia ordinazione.
Oltre al caffè quel pomeriggio ho voglia di mangiare un biscotto e anche in questo caso ogni volta si ripete sempre lo stesso teatrino.
Io chiedo un biscotto e lei, quasi volendomelo imporre, mi ricorda che mi conviene di più comprarne 100 grammi. Insomma mi fa una bella analisi  costi - benefici in un momento in cui io ho solamente voglia di mangiare un dannato biscotto e basta.
Quel giorno però non ho voglia di spiegarglielo per l’ennesima volta e quindi: 'e allora fai come vuoi, dammi sti cento grammi' - sguardo interdetto di Ursula - ‘Ok i sta bom! Cen gramos i perfeito!’. Grazie Ursula.  

Ne mangio uno e me ne restano quattro. Guardando Mamodou ed il suo amico, ancora seduti davanti al bar in attesa di lavorare, chiedo una busta a Ursula (si Ursula hai capito bene, una busta, non cento grammi di buste!).
Infilo dentro due biscotti  e due li avvolgo in un tovagliolo, bevo il mio caffè e uscendo consegno i quattro biscotti, due a testa, a Mamadou e al suo amico, spiandoli con la coda dell’occhio mentre afferrano i biscotti sorridendo e mentre ringraziano timidamente.
Ho quasi il timore di poter essere  guardato con sospetto dai clienti del bar e senza voltarmi verso i tavolini risalgo sulla moto, accendo e riparto.

Di fronte a me, una palla di fuoco rossa sta tramontando all’orizzonte.

Il 20 febbraio del 2011 non era una giornata perfetta per volare, o almeno non lo sembrava da sotto la fitta coltre di nuvole grigie che copriva Torino.
Da li a pochi minuti dal decollo però, sopra le nuvole, con l’aereo in salita, leggendo e facendomi ispirare da alcune righe di Chatwin, un Chatwin che qualche giorno fa sulla spiaggia di Varela mi sono ritrovato a raccontare a un gruppetto di bambini curiosissimi nel vedermi aprire un libro e che caso vuole era proprio di colui che con un telegramma con su scritto ‘sono andato in Patagonia’ si congedò dal Sunday Times e diede inizio al suo primo grande viaggio, perfetta sarebbe stata un’intuizione.
Quel giorno intuivo che era ora di lasciare Madrid, con il sole al tramonto e lo sguardo fisso sull’orizzonte.
Un orizzonte che allora non immaginavo, ma che oggi, nel bel mezzo di un’esplosione carnevalesca di vita e colori, e per un altro anno, so chiamarsi Africa.