In un rilassante color verde l’orologio digitale
segna le diciannove e pochi minuti.
Qualcosa meno di un chilometro è la distanza che
separa il Parlamento dalla rotonda più trafficata della capitale, e percorrerla
a quest’ora, a bordo di un mezzo con tre o più ruote, può ritardare di un po’
il ritorno a casa.
Il sole si è lasciato alle spalle l’orizzonte e a
Bissau è già ora di oscurità.
Imboccata l’unica arteria principale della città mi
sono sufficienti pochi metri, qualche frazione di minuto per realizzare che ci
sarà da attendere a lungo prima di poter svoltare a sinistra una volta giunto
alla rotonda, e prima di poter addentrarmi nel buio della strada che si
allontana dal centro.
E’ solo dopo dieci minuti di un procedere che
assomiglia ad immobilità che inizio a scorgere i goffi ed indaffarati tentativi
della polizia locale di regolare il traffico in entrata e in uscita dalla
rotonda.
Inizio a domandarmi, perché mai poi dover regolare
il traffico in entrata e in uscita da una rotonda?
Non dovrebbe essere, in fin dei conti, un
giochetto relativamente semplice?
Precedenza a chi è dentro, pazienza e un po’ di
riflessi pronti per chi fuori è in attesa di salire sulla giostra.
Ma qui siamo a Chapa, a Bissau. Chi è fuori aspetta,
chi è dentro anche.
Ne uscirà solo chi, dentro e fuori, con audacia e
una più o meno indotta passione per il caos, riuscirà ad infilarsi in questo
limbo di attese.
Quando oramai sono così vicino all’entrata della
rotonda, quando oramai potrei quasi gioire del fatto che superato questo tratto
di mare impetuoso sarò a poche fatiche dal resto del viaggio verso un approdo
sicuro, avrei invece una gran voglia di incazzarmi, di sbattere almeno una
volta un pugno sul volante, di chiedermi perché
diamine non abbia preso la moto quella sera e di scendere dalla macchina
e andare a dire a uno qualsiasi dei miei vicini di coda: “Ora dimmi, per quale
stramaledetta ragione non devi far passare quel poveraccio che è dentro la
rotonda da un quarto d’ora e non puoi aspettare con pazienza qualche secondo prima
di buttarti dentro?”
Vorrei farlo, ma neppure con troppa convinzione.
Per fortuna.
Preferisco invece osservare la spettacolare
auto-determinazione di un perfetto delirio confusionale che va in scena in
diretta alle sette e mezza di una sera qualsiasi nel centro nevralgico della
capitale guineana.
Così, metro dopo metro, godendomi la chilometrica
coda in entrata alla rotonda in entrambe le direzioni di marcia, i tentativi di
chi è già dentro di uscirne indenne, tentativi peraltro resi vani, sforzo dopo
sforzo, dalla prepotente immissione nella rotonda di altri veicoli, ecco che è
nuovamente ora dell’entrata in azione del goffo agente della polizia locale il
quale nel frattempo si era assentato per qualche chiacchiera.
Con fermezza ed il braccio alzato l’agente arresta
le auto in entrata permettendo così a chi è rimasto intrappolato in quella
prigione circolare di liberarsi e sfrecciar via.
Tutto quello sbloccarsi, quello scorrere fluido di
auto che un istante prima mi sembrava impossibile produce in me uno spasmo di
piacere.
Il poliziotto, seppur goffamente e solo per pochissimi
minuti, è riuscito a far funzionare la rotonda.
Una sensazione di puro godimento.
Eppure comincio a chiedermi: dove sarà mai scritto poi che quel far funzionare la rotonda sia il modo di esprimere una regola che racchiude in se il respiro dell’universo tutto?
Tutto quell’aspettare ai miei occhi
non-necessario, e che avrei voluto trasformare in una serie di imprecazioni da
sventagliare sui presenti allo show da dentro i vetri della mia auto, mi ha
dato da pensare che la grande rotonda di Bissau ed il suo strano meccanismo di funzionamento stessero suggerendo qualcosa di
più sottile.
Non era forse la rotonda con la sua segnaletica orizzontale
e verticale, nonché con quella regola di
funzionamento uno degli esempi più lampanti di espiantazione e trapianto
dei nostri, lungamente dibattuti, modelli di sviluppo e di successo?
Anni di ragionamenti, di piani urbanistici, di
‘ingegnerizzazione delle isole spartitraffico circolari’, di discrepanze fra
normative comunitarie e codici della strada nazionali nell’utilizzo delle
rotatorie, prima di giungere alla condivisione di un modello che tuttavia dagli
automobilisti di Bissau sembra esser stato interpretato diversamente.
Un’interpretazione evidentemente generatrice di
confusione nei conducenti di ogni tipo di mezzo, nei pedoni e nella maggior
parte degli abitanti della capitale guineana, eccetto in quelli che nel mondo omologato
ed illuminato hanno avuto il piacere di percorrere regolarmente una rotatoria.
Modelli espiantati e trapiantati. Gli stessi che organizzazioni
internazionali, governative e non profondono a tutto spiano da anni, abituate
oramai a tapparsi le orecchie, gli occhi, ma non la bocca di fronte alla delusione
dei tanti, non tutti, operatori in loco quotidianamente messi a cospetto dell’esiguità
dei risultati ottenuti in relazione alle risorse economiche ed umane investite sui
campi di battaglia.
Che non sia opportuno prendere un
po’più di spunto dalla rotonda di Chapa, a Bissau e cominciare seriamente a
ripensare? A ripensare. Non a gettare la spugna.
Troppo scomodo.
Più avanzo verso l’entrata della rotonda, verso il
preludio alla libertà che mi attende dopo un semicerchio di passione, e più
continuo a pensare.
Continuo a pensare che il credere, o
l’auto-convincersi di credere che qualcosa simile ad una sequenza impazzita di
progetti - spesso difficilmente sostenibili e rispondenti a linee guida
strategicamente partorite negli alti uffici di Bruxelles, Vienna, Ginevra, New
York da chi in Africa, in molti casi, non ci ha mai
messo piede o non lo ha fatto per più di qualche settimana, limitata alle hall
degli alberghi a cinque stelle e alle sale conferenza dei grandi uffici
internazionali - possa effettivamente redimere anni di sfruttamento passato,
presente, futuro e di annullamento all’auto-definizione di strategie, in nome
dell’assistenza umanitaria, sia pericolosamente patetico.
Ma ecco la rotonda.
Potrebbe anche essere una delle ultime affrontate
durante una stagione delle piogge a Bissau.
Entrarci ha quasi del mistico ed appena fuori
lancio un ultimo sguardo soddisfatto nello specchietto retrovisore.
Ne sono uscito. Indenne, o forse non più.


