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lunedì 12 dicembre 2011

De volta para a 'terra dos brancos'

Brulicante e caotico nelle sue strade e nel suo traffico,
disorientante nel suo buio, incomprensibile, straordinario e
travolgente nelle sue dinamiche, indimenticabile nelle sue esplosioni
di vita, insopportabile nei suoi dolori, magico negli incontri,
magnetico nei suoi sguardi e nei suoi sorrisi.


Bello.

Bello è ciò che di questo angolino di Africa ho potuto e potrò
ascoltare, assaporare, osservare, odorare, toccare nei quasi sette
mesi trascorsi ed in quelli che verranno sotto il suo cielo.
Un cielo che adesso porta la firma della stagione secca; quella
‘fredda’ come la chiamano loro, quella freddissima dei ventotto gradi
di oggi pomeriggio.


Era la notte fonda dell’ultimo lunedì di maggio ed ho negli occhi
quelle luci in mezzo al nulla che accompagnavano la discesa di un
piccolo aereo delle aerolinee portoghesi su Bissau.
E’ lunedì ed inizio ad assaporare con un non celabile piacere il
familiare ‘ladies and gentlemen welcome to Milano Malpensa’ ad
aspettarmi sabato na 'terra dos brancos', come chiamano qui l'Europa.

domenica 25 settembre 2011

Preto e Branco

E’ sera. Sono passate le otto da poco.
Io e Matteo stiamo per svoltare a destra in una strada di Bissau che ci porterà verso il centro della città.
Matteo sta guidando e proprio mentre rallenta l’auto per girare, mi viene in mente una delle primissime sere qui a Bissau.

Era la sera del due giugno ed io ero a stento consapevole di dove mi trovassi.
Le strade di Bissau erano buie e brulicavano di gente. E noi eravamo in netto ritardo.
Mi giro verso Matteo e gli dico: ‘Ti ricordi quella sera della cena al Coimbra con gli italiani? Eravamo da queste parti quando stavi per prendere sotto quel gruppo di persone!’
Lui mi risponde: ‘Ho ripensato più volte a quella serata e penso sia la cosa più pericolosa che mi sia mai accaduta da quando sono qui’.
Matteo è un ragazzo assolutamente prudente e ci credo sia stata la cosa più pericolosa che gli sia successa.
La macchina procede lenta verso Chapa, incrocio iper trafficato della capitale guineana, ed io continuo a pensare a quella sera, a quel due giugno.
Mi rivolgo ancora verso Matteo: ‘Caspita se ripenso a quella sera… Ricordo perfettamente il buio e quel disarmante senso di disorientamento. Ma devo dire che dopo qualche tempo ci si abitua”. Matteo annuisce e sorride.

Passano un paio di secondi e proprio mentre rivolgo lo sguardo all’incrocio di Chapa qualcosa mi distoglie dai miei pensieri.
Sto per esclamare qualcosa entusiasta, ma giusto qualche frazione di secondo prima, è Matteo che euforico pronuncia le due paroline magiche: “le luci!”.
A Bissau, o meglio sulla strada principale di Bissau, hanno acceso le luci.
Chapa, per la prima volta da dopo la guerra civile del 1998, brilla nuovamente di luce artificiale proveniente da lampioni alimentati a pannelli solari.  Nella strada si sono già riversate migliaia di persone, migliaia di bambini.
Che bell’atmosfera, che bella serata.

Sono passati quasi quattro mesi da quel primo risveglio.

Abbiamo vinto il bando di concorso indetto dall’Unione Europea per la realizzazione di un progetto che abbia come obiettivo principale la tutela dei diritti umani all’interno delle carceri del paese e l’aiuto al reinserimento sociale dei prigionieri.
Adesso stiamo lavorando alla stesura di un progetto che prevede la realizzazione di un incubatore di micro-imprese, il primo in Guinea-Bissau, in collaborazione con il centro di formazione professionale con cui l’ENGIM, la ONG per cui lavoro, implementa la maggioranza dei suoi progetti nel paese.
ONG, istituzioni internazionali ed autorità locali: un triangolo tanto complicato quanto interessante.

Poi in questi quattro mesi, dopo quei quattro segni a testimoniare il primo passaggio delle zanzare sul mio corpo, ho visto anche qualcos’altro.

Temporali che mi hanno fatto cagare addosso e fatto sperare che di quel centinaio di fulmini uno dietro l’altro nessuno decidesse di illuminare il mio luogo di riparo.
Sguardi così intensi per cui da miope puoi solo ringraziare la scienza per l’esistenza delle lenti a contatto e degli occhiali per poterne godere.
Ho visto la mia moto, la mia prima moto, comprata da un palestinese in Guinea-Bissau, illuminata dalla luce di un tramonto dopo un temporale.
Tramonti perfetti in un angolo di Senegal.
E la povertà che ti fa tacere.

Ho visto il soffio con cui dalla vita si passa alla morte; l’ho visto in un bambino che moriva davanti ai miei occhi investito dal mezzo che mi precedeva.
E mi ha fatto vacillare, sprofondare per qualche momento con la testa fra le mani nello sforzo più vano che esista, ossia quello di capire il perché.

Un amico, il mio coinquilino, dice che di solito molte delle persone che vanno in Africa dopo una settimana hanno capito tutto, dopo un mese hanno la soluzione ai problemi, e dopo un anno, dopo una vita, non sanno più cosa dire.
Io dopo quattro mesi ho capito poco onestamente, e forse quel che penso sia poco è anche troppo; dovrei aver capito di meno.
L’unica soluzione che ho in mente è una non-soluzione.
E se mi chiedessero cosa avessi da dire, probabilmente, prima di poter pronunciare qualsiasi parola, sorriderei.

D’altronde fra quelle centinaia di bambini che giocano in mezzo alla strada, in un viavai di mezzi fatiscenti guidati con i piedi,  tutte le volte che uno di loro mi grida “branco!” e io rispondo “preto!”, vedo dei sorrisi che sprizzano vita allo stato puro.

domenica 5 giugno 2011

Bem-vindo na Guiné-Bissau

Il primo impatto, il primo risveglio in Africa, il primo pranzo, il primo tramonto, e anche le prime punture di zanzare: ben quattro nel giro di un quarto d’ora, non male come inizio eh?

D’altronde sfidando subito la natura selvaggia uscendo al tramonto con le infradito e il pantaloncino corto da classico uomo da spiaggia non puoi  che aspettarti questo benvenuto. Poi puoi correre a metterti le calze di spugna, i pantaloni lunghi e la camicia alla Terence (che sarà una compagna di merende fissa) con trentaquattro gradi e un’umidità ancora ‘leggera’ a quanto si dice, ma il risultato non cambia: la prima minchiata l’hai fatta.
Il primo giugno insieme al vento minaccioso ha dato ufficialmente il ben-vindo alla stagione delle piogge. Una puntualità disarmante e meravigliosa. 

Luce soffusa, il rumore del vento e dell’acqua, lampi, tuoni, la pancia riempita dal vino rosso e dal riso con i fagioli, la compagnia del mio nuovo coinquilino che vive a Bissau da un anno ed un sorriso sul viso. Descrizione di un istante in una delle prime serate africane.

Ma facendo un piccolo salto indietro, domenica sera ho lasciato il vecchio continente da Lisbona ed erano da poco passate le dieci. Qualche momento nel disperato tentativo di tenere gli occhi aperti e salutare dall’alto le certezze di sempre, prima di crollare stravolto da più di dodici ore di viaggio alle spalle (includendo le otto ore di scalo a Lisbona). Durante il viaggio, in un tediante dormiveglia, mi guardavo attorno e vedevo funzionari di stato della Guinea-Bissau e/o delle Nazioni Unite in giacca e cravatta, qualche cooperante bianco, dei bellissimi bambini neri, ma soprattutto, era la prima volta che mi succedeva di vedere le persone salutarsi fra di loro in aereo. Ho pensato: ma qui si conoscono tutti ? Matteo mi ha poi confermato che sul volo TAP per Bissau è molto facile che le persone si conoscano.

Ma il ricordo più nitido durante il volo per Bissau rimane quello di me che ogni tanto apro gli occhi, realizzo di essere in volo sopra il Sahara, guardo fuori dal finestrino, vedo tutto scuro e penso: ma dove cazzo sto andando? A casa, quella che sarà casa mia per un anno. E poi ricado in altri dieci minuti di sonno prima di risvegliarmi e ripetere lo stesso teatrino.

Arrivato a Bissau erano circa le due locali, le quattro in Italia, ed ero ormai in giro da quasi 24 ore.  Atterraggio  morbido (o forse era morbido quello di Lisbona? Poco importa) su una pista illuminata da un generatore e decisamente in mezzo al nulla. Benvenuti all’International Airport Osvaldo Vieira di Bissau.

Mi metto lo zainetto sulle spalle e prima di affrontare la scaletta dell’aereo ho ancora voglia di pensare: ci siamo. Ringrazio gli assistenti di volo e giro lo sguardo a sinistra. Ci siamo, ci sono. Da quel momento mi si attaccherà addosso un’umidità che mi farà compagnia probabilmente per i prossimi cinque mesi. Ricordo la sensazione di umido in faccia e il mio sguardo che si posa sul mancorrente della scaletta dove si stagliano, sulla patina di umidità, le impronte delle mani dei precedenti passeggeri.
Penso: avevano ragione allora a dire che fosse particolarmente umido.  Da quel momento passerà circa mezzora fra un nuovo timbro sul passaporto, nella speranza che non mi venissero fatte domande sul perché della mia visita (non ne potevo quasi più – credetemi non riuscivo neanche ad essere ansioso ripensando a tutti i miei ‘precedenti’ negli aeroporti di Australia e Canada!), e il recuperò dei bagagli.
Passano venticinque minuti prima di ritirare i bagagli e la speranza inizia ad affievolirsi minuto dopo minuto.  Poi finalmente i bagagli targati Milano Malpensa ed il volto stanco di Matteo ad attendermi fuori dall’aeroporto intorno alle due e tre quarti del mattino.  Ricordo le luci del pick up che illuminano le strade di Bissau e ci conducono verso casa. 

Lunedì mattina apro gli occhi e banalmente penso: sono in Africa. E un sorriso stampato sul volto. Neanche il tempo di realizzarlo che siamo già in viaggio insieme a Matteo e a Lidio, un padre brasiliano che vive qui da quattro anni, verso Mansoa. A Mansoa visitiamo un ospedale dove una giovane maestra di scuola è stata ricoverata per un’emorragia. Non dimenticherò mai il suo sguardo sofferente così come non dimenticherò mai l’Ospedale di Mansoa. Io e Matteo ci stacchiamo dalla visita alla giovane donna per una breve visita al carcere di Mansoa, per scattare alcune foto che andranno a far parte del progetto che dovremo presentare entro fine luglio all’Unione Europea. Un progetto in materia di diritti umani ed in particolare sul miglioramento delle condizioni di trattamento dei carcerati e sul reintegro degli ex-prigionieri anche attraverso la formazione professionale (che è ciò di cui si occupa principalmente la ONG per la quale lavoro). Durante il viaggio di ritorno da Mansoa sono talmente stanco e concentrato nel capire dove mi trovi che non riesco a pronunciare una parola. Strano vero?

Sono passati sei giorni dal mio arrivo a Bissau. Ho già iniziato a lavorare, ho conosciuto qualche cooperante fra cui la ragazza del mio coinquilino, sono stato a Bula, cittadina a una quarantina di chilometri da Bissau, per visitare l’altra scuola professionale e dove lo sguardo di una delle cuoche della missione mi ha particolarmente colpito, tanto da chiedere di poterle fare una foto. In realtà glielo ha chiesto Matteo in criolo e lei ha accettato con un sorriso che esprimeva imbarazzo (o che forse io ho reputato tale).

Con la lingua? Il portoghese va bene, peccato però che quasi tutti parlino criolo. E quindi le cose sono due: la prima, per ora non capisco una sega; la seconda, dovrò mettermi a studiare, ma sarà certamente un piacere.

Mi viene da ridere mentre scrivo perché ripenso all’altro ieri quando tornando da Bula abbiamo dato un passaggio ad un ragazzo che praticamente mi gridava nell’orecchio in criolo. Dibatteva con Matteo a proposito della situazione politica della Guinea-Bissau; non capivo nulla ed ero stanchissimo, volevo girarmi, tirargli una testata e rimettermi al mio posto. E continuare beatamente a sudare mentre sciami di formiche alate si schiantavano contro il vetro.

Sono tornato a casa e sono crollato in un profondo sonno e in un bagno di sudore.

Ma la stessa sera il console onorario a Bissau ha invitato (a pagamento) tutti gli italiani alla cena in onore della festa della Repubblica.

Ieri sera invece ho avuto il piacere di sedere intorno ad un tavolo in una zona pseudo-periferica di Bissau (o forse era il centro ed anche in questo caso ho interpretato male), di mangiare carne di capra appena uccisa e le cui budella penzolavano delicatamente sopra un bancone (per la capra tutto è stato tranne che un piacere), di assistere ad una danza Balanta, e di sentirmi tremendamente bianco.

A Bissau le strade non sono illuminate e le uniche luci sono quelle delle auto. La pelle così scura dei guineensi si confonde letteralmente con i colori della notte. Non esagero quando dico che spesso in queste sere mi sono sentito disorientato da tutto questo buio.

Inizi a pensare al tuo essere bianco in un mondo pieno di luci.