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domenica 5 giugno 2011

Bem-vindo na Guiné-Bissau

Il primo impatto, il primo risveglio in Africa, il primo pranzo, il primo tramonto, e anche le prime punture di zanzare: ben quattro nel giro di un quarto d’ora, non male come inizio eh?

D’altronde sfidando subito la natura selvaggia uscendo al tramonto con le infradito e il pantaloncino corto da classico uomo da spiaggia non puoi  che aspettarti questo benvenuto. Poi puoi correre a metterti le calze di spugna, i pantaloni lunghi e la camicia alla Terence (che sarà una compagna di merende fissa) con trentaquattro gradi e un’umidità ancora ‘leggera’ a quanto si dice, ma il risultato non cambia: la prima minchiata l’hai fatta.
Il primo giugno insieme al vento minaccioso ha dato ufficialmente il ben-vindo alla stagione delle piogge. Una puntualità disarmante e meravigliosa. 

Luce soffusa, il rumore del vento e dell’acqua, lampi, tuoni, la pancia riempita dal vino rosso e dal riso con i fagioli, la compagnia del mio nuovo coinquilino che vive a Bissau da un anno ed un sorriso sul viso. Descrizione di un istante in una delle prime serate africane.

Ma facendo un piccolo salto indietro, domenica sera ho lasciato il vecchio continente da Lisbona ed erano da poco passate le dieci. Qualche momento nel disperato tentativo di tenere gli occhi aperti e salutare dall’alto le certezze di sempre, prima di crollare stravolto da più di dodici ore di viaggio alle spalle (includendo le otto ore di scalo a Lisbona). Durante il viaggio, in un tediante dormiveglia, mi guardavo attorno e vedevo funzionari di stato della Guinea-Bissau e/o delle Nazioni Unite in giacca e cravatta, qualche cooperante bianco, dei bellissimi bambini neri, ma soprattutto, era la prima volta che mi succedeva di vedere le persone salutarsi fra di loro in aereo. Ho pensato: ma qui si conoscono tutti ? Matteo mi ha poi confermato che sul volo TAP per Bissau è molto facile che le persone si conoscano.

Ma il ricordo più nitido durante il volo per Bissau rimane quello di me che ogni tanto apro gli occhi, realizzo di essere in volo sopra il Sahara, guardo fuori dal finestrino, vedo tutto scuro e penso: ma dove cazzo sto andando? A casa, quella che sarà casa mia per un anno. E poi ricado in altri dieci minuti di sonno prima di risvegliarmi e ripetere lo stesso teatrino.

Arrivato a Bissau erano circa le due locali, le quattro in Italia, ed ero ormai in giro da quasi 24 ore.  Atterraggio  morbido (o forse era morbido quello di Lisbona? Poco importa) su una pista illuminata da un generatore e decisamente in mezzo al nulla. Benvenuti all’International Airport Osvaldo Vieira di Bissau.

Mi metto lo zainetto sulle spalle e prima di affrontare la scaletta dell’aereo ho ancora voglia di pensare: ci siamo. Ringrazio gli assistenti di volo e giro lo sguardo a sinistra. Ci siamo, ci sono. Da quel momento mi si attaccherà addosso un’umidità che mi farà compagnia probabilmente per i prossimi cinque mesi. Ricordo la sensazione di umido in faccia e il mio sguardo che si posa sul mancorrente della scaletta dove si stagliano, sulla patina di umidità, le impronte delle mani dei precedenti passeggeri.
Penso: avevano ragione allora a dire che fosse particolarmente umido.  Da quel momento passerà circa mezzora fra un nuovo timbro sul passaporto, nella speranza che non mi venissero fatte domande sul perché della mia visita (non ne potevo quasi più – credetemi non riuscivo neanche ad essere ansioso ripensando a tutti i miei ‘precedenti’ negli aeroporti di Australia e Canada!), e il recuperò dei bagagli.
Passano venticinque minuti prima di ritirare i bagagli e la speranza inizia ad affievolirsi minuto dopo minuto.  Poi finalmente i bagagli targati Milano Malpensa ed il volto stanco di Matteo ad attendermi fuori dall’aeroporto intorno alle due e tre quarti del mattino.  Ricordo le luci del pick up che illuminano le strade di Bissau e ci conducono verso casa. 

Lunedì mattina apro gli occhi e banalmente penso: sono in Africa. E un sorriso stampato sul volto. Neanche il tempo di realizzarlo che siamo già in viaggio insieme a Matteo e a Lidio, un padre brasiliano che vive qui da quattro anni, verso Mansoa. A Mansoa visitiamo un ospedale dove una giovane maestra di scuola è stata ricoverata per un’emorragia. Non dimenticherò mai il suo sguardo sofferente così come non dimenticherò mai l’Ospedale di Mansoa. Io e Matteo ci stacchiamo dalla visita alla giovane donna per una breve visita al carcere di Mansoa, per scattare alcune foto che andranno a far parte del progetto che dovremo presentare entro fine luglio all’Unione Europea. Un progetto in materia di diritti umani ed in particolare sul miglioramento delle condizioni di trattamento dei carcerati e sul reintegro degli ex-prigionieri anche attraverso la formazione professionale (che è ciò di cui si occupa principalmente la ONG per la quale lavoro). Durante il viaggio di ritorno da Mansoa sono talmente stanco e concentrato nel capire dove mi trovi che non riesco a pronunciare una parola. Strano vero?

Sono passati sei giorni dal mio arrivo a Bissau. Ho già iniziato a lavorare, ho conosciuto qualche cooperante fra cui la ragazza del mio coinquilino, sono stato a Bula, cittadina a una quarantina di chilometri da Bissau, per visitare l’altra scuola professionale e dove lo sguardo di una delle cuoche della missione mi ha particolarmente colpito, tanto da chiedere di poterle fare una foto. In realtà glielo ha chiesto Matteo in criolo e lei ha accettato con un sorriso che esprimeva imbarazzo (o che forse io ho reputato tale).

Con la lingua? Il portoghese va bene, peccato però che quasi tutti parlino criolo. E quindi le cose sono due: la prima, per ora non capisco una sega; la seconda, dovrò mettermi a studiare, ma sarà certamente un piacere.

Mi viene da ridere mentre scrivo perché ripenso all’altro ieri quando tornando da Bula abbiamo dato un passaggio ad un ragazzo che praticamente mi gridava nell’orecchio in criolo. Dibatteva con Matteo a proposito della situazione politica della Guinea-Bissau; non capivo nulla ed ero stanchissimo, volevo girarmi, tirargli una testata e rimettermi al mio posto. E continuare beatamente a sudare mentre sciami di formiche alate si schiantavano contro il vetro.

Sono tornato a casa e sono crollato in un profondo sonno e in un bagno di sudore.

Ma la stessa sera il console onorario a Bissau ha invitato (a pagamento) tutti gli italiani alla cena in onore della festa della Repubblica.

Ieri sera invece ho avuto il piacere di sedere intorno ad un tavolo in una zona pseudo-periferica di Bissau (o forse era il centro ed anche in questo caso ho interpretato male), di mangiare carne di capra appena uccisa e le cui budella penzolavano delicatamente sopra un bancone (per la capra tutto è stato tranne che un piacere), di assistere ad una danza Balanta, e di sentirmi tremendamente bianco.

A Bissau le strade non sono illuminate e le uniche luci sono quelle delle auto. La pelle così scura dei guineensi si confonde letteralmente con i colori della notte. Non esagero quando dico che spesso in queste sere mi sono sentito disorientato da tutto questo buio.

Inizi a pensare al tuo essere bianco in un mondo pieno di luci.

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