Con l’altra mano mi raggomitolo per riparare il corpo dal vento fresco di gennaio e con lo sguardo incrocio le luci che segnaleranno il Capo, in una notte che la luna crescente restituirà meno oscura.
Osservo le pennellate di grigio, di rosa, di rosso e di azzurro; pennellate di un cielo che all’orizzonte non saprei più distinguere dall’oceano, non saprei quantificare nella sua immensità.
Ascolto le incessanti, costanti, rassicuranti ed instancabili onde che si infrangono sulla spiaggia.
Un pescatore avanza per qualche metro dentro l’acqua prima di lanciare la lenza.
Qualche vacca pascola ai margini della spiaggia e forse tra loro quella che un giorno mi permise di lasciarsi ammirare con uno splendido sole fra i capelli.
Dei ragazzi corrono sul bagnasciuga ed un lontano suono di tamburi lascia credere al toubab del villaggio esclusivo di vivere un’esperienza unica, nella sua inautenticità.
La luna, alle mie spalle, continua la sua salita.
Pochi chilometri più a sud, lungo la spiaggia, laddove si scorge il solo biancore degli spruzzi oceanici, comincia un’altra terra, la stessa terra.
Mi guardo attorno, più volte. Prima a destra, poi a sinistra e poi di nuovo a destra.
All’orizzonte indistinguibile, sospesi fra cielo e mare, i riflessi di pochi raggi di luce raccontano la fine di un altro giorno.
La tavolozza del pittore si prepara a riposare fino alla prossima alba ed un enorme telo scuro infinitamente luccicante la proteggerà.
Il suono dell’oceano continua incessante, costante, rassicurante.
E’ d’un tratto, senza alcun tipo di preavviso, che una profonda nostalgia mi travolge.
Respiro a lungo e a fondo, come a scattare un’istantanea semplicemente eterna, qualsiasi possa essere, se sarà, il mio domani.
