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mercoledì 30 maggio 2012

Trecentosessantacinqueoquasi a Bissau e tre a Dakar

Mi alzo.
E’ così rara a Bissau la musica dei reattori di un aereo al tramonto. Non voglio perdermi la scena.
Esco dalla porta, mi appoggio al cancelletto dell’entrata di casa e alzo il naso al cielo, aspettando di godermi il passaggio del gabbiano di ferro.

Lascio che la brezza del mare mi rinfreschi e prenda il posto del calore e di quell’umidità soffocante.
Un cenno di saluto ad un paio di ragazzini di ritorno dal campo di calcio; gli stessi che qualche ora prima, mentre ero io a rientrare mi avevano tempestato di domande – Da dove viene quella moto? Da dove viene il casco? Da dove vengono gli occhiali? E le scarpe? E lo zaino? – alle quali io avevo pazientemente risposto, qualche volta inventando e qualche volta no, e pensando tra me e me che nessuna delle mie risposte era stata Africa, figuriamoci poi Guinea - Bissau.
Ma in quel momento io mi accontentavo di pensare che qui, nonostante tutto, fosse una fabbrica di umanità.
Che se ne accontentassero i due ragazzini però è un’altra storia, e nessuno meglio di loro la potrebbe raccontare.

Sono passate da poco le 19.
Il profumo del mare portato dal vento e la luce di quest’ora mi proiettano ad un tardo pomeriggio di qualche settimana prima.

Seduto su un blocco di cemento e rivolto con lo sguardo al mare, verso l’estendersi apparentemente infinito dell’Oceano Atlantico.
Dietro di me e sopra ad un blocco decisamente più alto campeggia dipinta la scritta ‘Le Phare des Mamelles’, e più dietro ancora in tutta la sua grandezza, confusione, bellezza e complessità si estende Dakar.  
Dakar, che come Alaska non riesco a stancarmi di pronunciare.
C’è una coppia intenta a scambiarsi tenerezze ed un'altra alle prese con un pargoletto che corre senza sosta. Sulla strada in salita che porta al faro si stanno allenando dei ragazzi.
Guardo l’oceano e poi mi volto a guardare il faro.
In piedi, circondato dalla terra e da tutto quel mare, dritto, solo, slanciato verso il cielo, e con il suo occhio a scrutare l’orizzonte a trecento sessanta gradi.

Contemplando quello spettacolo da dentro il cappuccio della felpa che mi protegge dal vento vengo distratto dall’accorrere verso il mare di decine persone. Lungo tutte le coste di Dakar.
Pare che vogliano assistere a qualcosa di evidentemente inatteso. 
Una decina di strane forme solcano le acque atlantiche a qualche miglio dalla costa.
Mi concentro meglio sull’orizzonte e posso adesso scorgere nitidamente una decina di grossi velieri a vele spiegate, affamati, dai cui boccaporti ho la sensazione fuoriescano presunzione e distruzione, e la cui forma, con il sole in immersione nell’Atlantico, è puro fascino e tetro presagio.
Mi giro di scatto verso Dakar e non ci sono più le bianche casette basse, le moschee, le chiese, l’aeroporto,  le strade asfaltate, i taxi gialli e neri.
Non c’è più quella coppia di amanti e neppure il bambino che scorrazzava da una parte all’altra. I ragazzi che correvano sono spariti.
Intorno al promontorio dove ora sto in piedi da solo di fronte al mare non si estendono che grandi spazi incontaminati.
Dozzine di colonne di fumo provenienti dai fuochi accesi negli accampamenti sparsi sul territorio si levano verso l’alto.
Distinguo chiaramente l’Isola di Goré a sud e quella di Ngor a ovest.
Gli uomini e le donne accorse lungo le coste si stanno adesso raggruppando.
Si parlano in maniera concitata, si guardano meravigliati l’un l’altro, emettono suoni striduli a me incomprensibili, alcuni hanno gli occhi sgranati persi nel vuoto, altri guardano il cielo, altri guardano in terra; aumentano a vista d’occhio. Ora sono centinaia.
I partecipanti di queste riunioni improvvisate iniziano a cantare,  a urlare, a battere i piedi per terra,  a muoversi in circolo, a saltare.
Mi incuriosisco ogni istante di più, una tempesta di domande mi travolge, penso che sia il momento di avanzare verso di loro.
Sono sempre di più e sempre più eccitati, spaventati.
I velieri sono ormai sotto costa, con le loro bandiere a sventolare fiere nel vento.
Intento ad osservarle mentre ormai fiancheggiano la terra, inizio ad avvertire una presenza.
Sposto lentamente lo sguardo sulla mia sinistra e tutte quelle persone sono rivolte in blocco verso di me, con sguardo inquisitorio e l’indice puntato. Mi fissano, li fisso. Senza dire una parola.

In lontananza il muezzin sta richiamando i fedeli alla preghiera e a Dakar sono da poco passate le 19.
Ho le mani in tasca ed un sorriso compiaciuto.  

Il passaggio dell’aereo che sorvola Bissau mi riporta a casa.
Lo cerco nell’arancione e rosa del cielo, non lo trovo e me lo perdo.
Riccardo, la guardia notturna, mi chiama.
‘Hai visto il sole?’. Sul suo volto un sorriso enigmatico.
‘No, non ci ho fatto caso. Stavo cercando altro’.
Mi avvicino a lui.
‘Caspita e’ fantastico Ricky, è rossissimo. Stupendo’.
‘Non proprio. E’ bello per le vostre macchine fotografiche. Sai, noi uomini grandi quando vediamo un sole così rosso ci preoccupiamo e ci prendiamo più cura di noi e delle nostre famiglie’.

Rimango in piedi da solo a fissare quella palla infuocata.
Sono trecentosessantacinqueoquasi i giorni trascorsi a Bissau.

Hai voglia di correre, eppure ti senti tirare così piacevolmente per la maglia.