Esco da Bissau alle 8.58 del mattino e l’uscita dalla città, per quella che sarà la mia prima avventura su due ruote lungo le strade della Guinea-Bissau, è carica di energia, emozione, preoccupazione, immaginazione e curiosità.
Dopo essermi lasciato alle spalle la capitale, lungo la strada che dal centro corre via verso l’aeroporto, ho in mente solo i poco più di novanta chilometri asfaltati in direzione nord-ovest e l’arrivo al porticciolo di Cacheu, sonnolenta cittadina affacciata su un ampio braccio di mare.
E così come il bambino che salendo sull’autobus della prima gita scolastica a pochi chilometri dalla città è sicuro di iniziare la sua più grande avventura, a me sembra di aver appena iniziato la Parigi – Dakar, anzi, la Bissau – Dakar, e solo una volta tuffatomi nel paesaggio che mi farà compagnia nelle prossime due ore, realizzo divertito che in termini di chilometri il tragitto percorso equivale praticamente a quello di una travolgente Torino-Novara.
Solo in termini di chilometri però. La Bissau – Cacheu è un po’ diversa.
Ci sono gli alberi di mango e quelli di Cajù che si preparano alla volata finale verso i loro frutti ; c’è la strada, larga quanto basta; ci sono i maiali, i cani e le capre che attraversano senza curarsene troppo; poi c’è una capretta che guarda a destra, guarda a sinistra, aspetta che io passi, e solo dopo e con molta attenzione attraversa la strada, mentre io continuo a osservarla nello specchietto;
ci sono i dossi non segnalati, le buche non segnalate; e le mie imprecazioni, segnalatissime;
c’è il giallo della stagione secca e della savana subsahariana;
ci sono i posti di blocco (no i posti di blocco no per favore) – rallento, alzo la visiera, sorrido, saluto, sospiro e riaccelero - ;
ci sono i ponti da superare e c’è una sensazione che mi fa stringere un po’di più le manopole della moto;
e via verso le prossime curve, le prossime caprette, spericolate e non, i prossimi posti di blocco, il prossimo paesaggio.
Passo Safim, Bula, Có, Cadjens, Djita, Pelundo, Canchungo, Tchur-Brick e Bachil.
Alzo la mano ogni volta che attraverso un paese, salutando e ringraziando tra me e me per l’ospitalità nel poter percorrere quelle strade.
Mi godo i salti divertiti dei gruppetti di bambini che incontro lungo il percorso, e i loro bianchi sorrisi che si avvicinano metro dopo metro.
E io mi sento così bene, ma così bene, da non desiderare niente altro in quei momenti.
Incrocio sguardi curiosi, scrutatori, divertiti, diffidenti, benevoli.
Ogni tanto mi fermo, stringo qualche mano, chiedo qualche informazione, scatto qualche foto e finalmente, dopo l’autoscatto di rito davanti al cartello che indica il traguardo, è il momento di abbassare il cavalletto, di spegnere la moto, di togliere il casco e di scendere ad assaporare la tranquillità, ad ascoltare il silenzio, ad osservare la corrente del mare e a godere della bellezza dell’arrivo in una cittadina africana, in cui pare che il tempo sia trascorso in una maniera del tutto personalizzata.
Mi guardo attorno e mi rendo conto di aver parcheggiato la moto accanto all’unico posto dove poter mangiare qualcosa e rilassarmi.
Il tetto in paglia, i tavoli disposti in maniera intelligente, delle modeste tovaglie colorate, qualche sedia di plastica, il mare di fronte.
Tutto quello che immaginavo e speravo di trovare mentre lasciavo Bissau.
Faccio qualche passo per entrare e ad accogliermi c’è il sorriso gentile e un po’intimidito di Bernard, colto di sorpresa dall’arrivo inaspettato del branco in moto.
Lo saluto stringendogli la mano, e quasi come fosse il padrone di casa pronto a darmi il suo benvenuto a Cacheu.
Mi dirigo verso il tavolo più vicino al mare, mi siedo e nell’attesa che ritorni Bernard per chiedermi cosa volessi da bere, mi diletto a ripensare ai chilometri percorsi.
Mentre sono intento a fantasticare sulla mia prima impresa motociclistica, è il rassicurante sorriso di Gabriela a distogliermi dai pensieri.
Alta, robusta, pelle liscia, guance morbide e carnose, sguardo dolcissimo e un vestito lungo e colorato.
Ancora una volta, come tante altre in questi mesi, mi sembra d'esser in Bahia in Brasile;
ma in questo caso c’è qualcosa in più: mi sento a casa fin dal primo istante, fin dal primo scambio di sguardi con mana Gabriela.
Lei, gentile e premurosa come una madre, mi fa sapere che non avendo avvisato in anticipo del mio arrivo, c’è solamente del pesce fritto accompagnato da riso ed insalata.
Io le rispondo che mi sembra eccellente e che era proprio quello che desideravo.
E allora Gabriela, ridendo compiaciuta, ritorna in cucina e inizia a friggere il pesce, a preparare il riso e a condire l’insalata.
Nel frattempo, come previsto, Bernard mi aveva chiesto cosa volessi da bere e senza esitare gli avevo risposto di portarmi gentilmente una birra bem gelada che adesso si trova sul tavolo, tra me e il mare.
Mi riempio lo stomaco con il pesce fritto, mi sazio con il riso, e sfido la diarrea del viaggiatore con l’insalata di pomodori, cipolle e lattuga adagiata in un bagnetto d’olio, aceto e acqua di non si sa quale provenienza.
Leggo qualche pagina di un libro che mi porta in America del Sud, mi gusto qualche boccata di un aromatico tabacco che brucia nella pipa made in Denmark regalatami dagli amici più cari, discuto di politica e di elezioni anticipate con Mario, convinto sostenitore di Henrique Rosa, il più onesto dei candidati alla presidenza della Guinea Bissau, e fratello di Gabriela, convinta sostenitrice di Carlos Gomes Junior detto Cadogo, l’uscente primo ministro dato come favorito nella corsa al potere nonché il candidato di quantomeno dubbia integrità morale.
E poi mi gusto il classico silenzio che segue gli impegnati discorsi post-pranzo. E la sua cornice.
Gabriela è ancora indaffarata in cucina, Bernard sonnecchia su una sedia accanto a Corka il cassiere, Mario è ora impegnato a scrutare l’orizzonte, verosimilmente perso nell’immaginare gli scenari futuri della Guinea Bissau, le nipotine di Gabriela, a cui è tremendamente piaciuta la mia iniziale strizzatina d’occhio, non smettono di farmi l’occhiolino e ridere a crepapelle ad ogni mia risposta, il portoghese che quasi certamente vive qui da prima dell’indipendenza è alle prese con il bagnetto dell’insalata, e il pesce di 33 chilogrammi pescato la mattina prima è intento a marcire e a seccare al sole in un’orgia di mosche inebriate da tutta quella carne in putrefazione.
‘Mario dove si trova il forte di Cacheu?’
‘Devi tornare un po’ indietro e prendere quella via che vedi a destra. Poi fai un centinaio di metri e lo vedrai di fronte a te, non puoi sbagliare. Davanti c’è sempre un tale che si chiama Caminho; ha le chiavi del forte e ti farà entrare. Costa cinquecento franchi, ne vale la pena.’
‘Ok ci andrò, grazie’.
Seguo le istruzioni di Mario e dopo avere oltrepassato la decadenza post-coloniale, essermi imbattuto in una vacca solitaria e non aver davvero potuto sbagliare, eccomi davanti al forte, sotto il sole battente e cercando di intuire chi fosse Caminho.
Giro le spalle al forte per un attimo ed ecco che da una casa poco distante vedo arrivare un signore di mezz’età.
‘Caminho?’ – ‘Si, sono io’.
Poche parole, tira fuori le chiavi e si entra.
Il forte è piccolo, davvero piccolo.
Dalla parte opposta all’entrata, quella che affaccia direttamente sul mare, e ai suoi due lati, giacciono immobili e innocui, fra le torrette di osservazione, i vecchi cannoni della guarnigione; gli stessi che molto probabilmente, nel lontano 1567, respinsero l’attacco del famigerato pirata Sir Francis Drake.
Tra un cannone e l’altro ci sono delle panchine rivolte verso il centro; in un angolo è stato piantato un albero dai fiori rossi.
In tre dei quattro angoli sono state collocate quattro statue di bronzo.
Caminho le elenca una alla volta e solo dopo che io mi sia avvicinato per osservarle.
Nuno Tristão, primo navigatore portoghese ad approdare sulla costa guineana e riconosciuto come lo scopritore di questa terra;
João Teixeira Pinto, ufficiale nato in Angola ed esperto nella lotta contro gli indigeni;
Honorio Barreto, primo governatore di nazionalità guineana ad essere nominato dai portoghesi;
Diogo Cão, secondo ad approdare in Guinea Bissau ma primo ad approdare a Cacheu.
Nel mezzo, nel centro del forte, è stato depositato un vecchio pentolone.
Le incrostazioni e la ruggine testimoniano il passaggio di acqua, sale e vento negli anni. Ma non solo.
Faccio qualche passo verso il centro e lascio che il mio sguardo si posi sull’interno del pentolone, e con lui lascio che lo facciano anche i miei pensieri.
Inizio a immaginare gli esseri umani costretti a mangiarci dentro, a indossare catene insopportabili, a sentire la propria anima calpestata dal più feroce disprezzo e a dirigersi in fila indiana alle barche pronte a salpare verso il Brasile, una lontana terra di sofferenza e di morte quasi certa.
Penso a quelli che lo hanno voluto, permesso e fatto. E vorrei rigurgitarli, vomitare fuori.
Un inatteso corto circuito di idee mi riporta a qualche giorno prima della visita a Cacheu.
Sono in piedi nei corridoi dei carceri di Bafatà e Mansoa, di fronte alle celle che rinchiudono piccoli spacciatori di droga, falsificatori di denaro, rapinatori a mano armata e pluriomicida, o presunti tali.
Sono in visita, assieme ai miei colleghi, per iniziare a dare avvio alle attività di assistenza legale, medica, sanitaria, psico-sociale, e alle attività formative previste da un progetto in materia di tutela dei diritti umani di cui mi spetterà il coordinamento.
Scorgo qualche sguardo perso nel vuoto e rassegnato, qualche altro vivo e speranzoso.
Sorrido in maniera rassicurante, ma non troppo. O almeno tento di farlo.
‘Portare un po’ di conforto anche a chi ha sbagliato, o forse no’.
E’ già ora di ripartire, di ringraziare Caminho, di salutare Mario e Bernard, di abbracciare Gabriela, di fare l’occhiolino alle sue nipotine, di dire arrivederci a Cacheu, di riattraversare il giallo della savana subsahariana, di ripassare ponti, posti di blocco, e paesini fermi nel tempo.
E’ finalmente ora di una doccia, ed è ora che i pensieri si mescolino piacevolmente al ritmo afro-brasiliano che riempie la mia stanza, certo che un giorno, sarà la Bahia a farmi rivivere l’Africa.
