E’ sera. Sono passate le otto da poco.
Io e Matteo stiamo per svoltare a destra in una strada di Bissau che ci porterà verso il centro della città.
Matteo sta guidando e proprio mentre rallenta l’auto per girare, mi viene in mente una delle primissime sere qui a Bissau.
Era la sera del due giugno ed io ero a stento consapevole di dove mi trovassi.
Le strade di Bissau erano buie e brulicavano di gente. E noi eravamo in netto ritardo.
Mi giro verso Matteo e gli dico: ‘Ti ricordi quella sera della cena al Coimbra con gli italiani? Eravamo da queste parti quando stavi per prendere sotto quel gruppo di persone!’
Lui mi risponde: ‘Ho ripensato più volte a quella serata e penso sia la cosa più pericolosa che mi sia mai accaduta da quando sono qui’.
Matteo è un ragazzo assolutamente prudente e ci credo sia stata la cosa più pericolosa che gli sia successa.
La macchina procede lenta verso Chapa, incrocio iper trafficato della capitale guineana, ed io continuo a pensare a quella sera, a quel due giugno.
Mi rivolgo ancora verso Matteo: ‘Caspita se ripenso a quella sera… Ricordo perfettamente il buio e quel disarmante senso di disorientamento. Ma devo dire che dopo qualche tempo ci si abitua”. Matteo annuisce e sorride.
Passano un paio di secondi e proprio mentre rivolgo lo sguardo all’incrocio di Chapa qualcosa mi distoglie dai miei pensieri.
Sto per esclamare qualcosa entusiasta, ma giusto qualche frazione di secondo prima, è Matteo che euforico pronuncia le due paroline magiche: “le luci!”.
A Bissau, o meglio sulla strada principale di Bissau, hanno acceso le luci.
Chapa, per la prima volta da dopo la guerra civile del 1998, brilla nuovamente di luce artificiale proveniente da lampioni alimentati a pannelli solari. Nella strada si sono già riversate migliaia di persone, migliaia di bambini.
Che bell’atmosfera, che bella serata.
Sono passati quasi quattro mesi da quel primo risveglio.
Abbiamo vinto il bando di concorso indetto dall’Unione Europea per la realizzazione di un progetto che abbia come obiettivo principale la tutela dei diritti umani all’interno delle carceri del paese e l’aiuto al reinserimento sociale dei prigionieri.
Adesso stiamo lavorando alla stesura di un progetto che prevede la realizzazione di un incubatore di micro-imprese, il primo in Guinea-Bissau, in collaborazione con il centro di formazione professionale con cui l’ENGIM, la ONG per cui lavoro, implementa la maggioranza dei suoi progetti nel paese.
ONG, istituzioni internazionali ed autorità locali: un triangolo tanto complicato quanto interessante.
Poi in questi quattro mesi, dopo quei quattro segni a testimoniare il primo passaggio delle zanzare sul mio corpo, ho visto anche qualcos’altro.
Temporali che mi hanno fatto cagare addosso e fatto sperare che di quel centinaio di fulmini uno dietro l’altro nessuno decidesse di illuminare il mio luogo di riparo.
Sguardi così intensi per cui da miope puoi solo ringraziare la scienza per l’esistenza delle lenti a contatto e degli occhiali per poterne godere.
Ho visto la mia moto, la mia prima moto, comprata da un palestinese in Guinea-Bissau, illuminata dalla luce di un tramonto dopo un temporale.
Tramonti perfetti in un angolo di Senegal.
E la povertà che ti fa tacere.
Ho visto il soffio con cui dalla vita si passa alla morte; l’ho visto in un bambino che moriva davanti ai miei occhi investito dal mezzo che mi precedeva.
E mi ha fatto vacillare, sprofondare per qualche momento con la testa fra le mani nello sforzo più vano che esista, ossia quello di capire il perché.
Un amico, il mio coinquilino, dice che di solito molte delle persone che vanno in Africa dopo una settimana hanno capito tutto, dopo un mese hanno la soluzione ai problemi, e dopo un anno, dopo una vita, non sanno più cosa dire.
Io dopo quattro mesi ho capito poco onestamente, e forse quel che penso sia poco è anche troppo; dovrei aver capito di meno.
L’unica soluzione che ho in mente è una non-soluzione.
E se mi chiedessero cosa avessi da dire, probabilmente, prima di poter pronunciare qualsiasi parola, sorriderei.
D’altronde fra quelle centinaia di bambini che giocano in mezzo alla strada, in un viavai di mezzi fatiscenti guidati con i piedi, tutte le volte che uno di loro mi grida “branco!” e io rispondo “preto!”, vedo dei sorrisi che sprizzano vita allo stato puro.
